Siamo fantastici, noi calciofili. Perchè in fondo pensiamo che il mestiere dell'allenatore sia il più facile del mondo, secondo, al massimo, solo a quello del giornalista, meglio se sportivo. Tutti quelli che si avvicinano al mondo della comunicazione sportiva sono convinti che si può essere (ben) pagati nella vita solo per commentare le partite della propria squadra del cuore, beata illusione. Poi, dopo qualche anno di precariato ad imparare i fondamenti di questo difficilissimo lavoro, i più rinunciano e passano ad altro, magari di più comodo e più remunerato. Ma non smette mai nessuno di sentenziare su quello che deve fare un buon giornalista, così come non smette mai nessuno di dire a quell'allenatore o a quell'altro ciò che avrebbe dovuto fare, per poi inevitabilmente invitare quel dirigente a cacciarlo o a rinnovargli il contratto a seconda ovviamente di dove lo porta l'altalena del risultato. Siamo un po' tutti Zamparini, in fondo, per poi tornare magari a occuparci di quello che invece dovremmo saper far meglio, e quindi il mestiere che ognuno si è scelto (per il quale, chiaramente, non accettiamo alcun giudizio esterno).

In assoluto, il 90% degli addebiti che dal mondo esterno arrivano agli allenatori sarebbero smontati in un paio di minuti da un ideale confronto diretto tra l'interlocutore critico e il tecnico stesso. Perché la maggior parte dei motivi di critica poggiano su basi di conoscenza quasi sempre inconsistenti. E la storia del calcio è piena di annate strepitose in cui un allenatore sembra il più brillante del pianeta e quello dopo il più imbranato: dunque, qual è la verità? Anche alla Roma, è accaduto: ricordiamo certi doppi anni di Capello, di Spalletti, di Garcia, persino questo di Di Francesco. Per non dire di Ranieri, che poi al Leicester raggiungerà il massimo della dimostrazione di questo paradosso. Succede poi che a un certo punto il "peso" della voce di quelli che urlano che il tapino vada cacciato si fa assordante. E adesso questo è il momento di Di Francesco. Che, sia chiaro, ha le sue responsabilità, che anche oggi trattiamo nell'apposito spazio dedicato all'approfondimento tattico, magari col rispetto che si deve a un professionista di primo livello e anche, sia detto senza superbia, con quel minimo di conoscenza che la qualificazione federale di tecnico Uefa B conferisce a chi scrive.

Esonerare oggi il tecnico che lo scorso anno soprattutto in virtù della sua mentalità offensiva ha portato la Roma tra le prime quattro d'Europa significherebbe dar ragione a chi pensa che quel risultato sia stato casuale, a chi ritiene che i valori non solo sportivi connessi al suo modo di intendere il calcio, ma anche quelli morali (che dovrebbero essere altrettanto importanti) siano secondari o non così fondanti, a chi crede che questa squadra giocando in maniera diversa avrebbe gli stessi vantaggi (dal punto di vista offensivo è la squadra in Italia che crea di più) e nessuno degli svantaggi che invece sono strettamente connessi (poi si può discutere dell'opportunità di andare sempre spinti al massimo, ma questo è già un altro tema). Significherebbe, infine, disconoscere il lavoro portato avanti dalla società quando si è resa conto dell'errore commesso con Garcia. Finché non si avranno le entrate dello stadio, bisognerà puntare su una squadra e un tecnico giovane e di talento. Come Di Francesco.