Scrivere sul giornale dei Romanisti mi concede il lusso, ogni volta, di poter argomentare la mia passione senza filtri. E così, dal primo giorno, non mi sono limitato a commentare le vittorie, le sconfitte o le storie dei personaggi, e dei protagonisti, che della ROMA – e per la ROMA – hanno significato tanto. Ma ho, spesso e volentieri, cercato di spaziare così tanto da arrivare fuori dal rettangolo verde, fin sugli spalti, in modo da poter concedere la giusta ribalta alle storie, e alla narrativa, di chi questa squadra, e questo sogno collettivo, lo alimenta quotidianamente. I tifosi.

Una rivoluzione, una sorta di risarcimento per le parole – trasandate, spurie, impersonali – con cui di solito siamo costretti a convivere quando leggiamo articoli partoriti per dividere più che per unire, schernire invece che analizzare, incrinare anziché cercare di capire. E allora, in controtendenza, la ribalta preferisco non concederla alle polemiche ma alle storie di chi fa i sacrifici – senza riconoscerli come tali, perché il percorso verso la felicità non conosce fatica – per seguirla, la ROMA. Di chi organizza il calendario dei suoi impegni su quello delle partite, di chi la mattina va al lavoro col sorriso sulle labbra quando sa che la sera la vedrà scendere in campo. I tifosi che disegnano il Lupetto di Gratton mentre si annoiano, che se passano davanti una vetrina in cui sono esibite le maglie da gioco non riescono a non fermarsi per guardarle. Quelli che tutelano questo gioco dalla fretta del business per ritrovarsi nei racconti del passato: quella volta, quel giorno, quel gol.

Sono i tifosi l'anima del calcio. Le madri che perdono la voce allo stadio, i bambini con la bandiera al vento e i padri che, pian piano, iniziano ad invecchiare ma non smettono, non curanti del tempo che avanza, di aspettare un nuovo campionato per tornare a nutrirsi di quei riti, e quelle situazioni, con cui convivono da quando i ragazzini erano loro e gli occhi lucidi, guardandoli per la prima volta allo stadio, quelli dei loro papà. Che, oggi, non ci sono più. Ma che la ROMA tiene in vita ogni volta che segna e le generazioni, per esultare, si mischiano generando l'antidoto alla sciatteria con cui, sempre più spesso, chi scrive – o parla – si dimentica proprio di loro. Vi prometto che il giorno che mi dovesse accadere rimetterei il tappo alla penna.