Conte? Paulo Sosa? Prandelli? Montella? Chi offre di più? Nell'attesa di un nuovo rilancio, ma con la speranza che non ce ne sia bisogno, Eusebio Di Francesco è l'allenatore della Roma. E, comunque vada, lo sarà anche dopo la sfida di domenica sera contro l'Inter. Garantisce el senor Monchi. Lui l'ha voluto, lui continua a sostenerlo con una fiducia che ufficialmente rimane immutata. Ma è un po' tutta la società a stare con il tecnico, credendo nelle sue qualità e nella convinzione che sarà in grado di tirare fuori la Roma da questo prolungato momento di black out agonistico e non solo. Forse l'unico che è alle prese con il dubbio è James Pallotta. Ma il presidente, da sempre, si è affidato ai suoi dirigenti. E quei dirigenti gli hanno fatto capire che è meglio andare avanti con l'attuale allenatore, semmai i conti si faranno alla fine.

Fiducia convinta

Non è una questione di un contratto che per altri due anni tutela l'allenatore abruzzese. Non è neppure il fatto che le alternative che ci sono sul mercato, a parte Antonio Conte che solo poche settimane fa ha detto no al Real Madrid figuriamoci alla Roma di questi tempi, tutto sono meno che una garanzia come, al contrario, lo era Luciano Spalletti nel momento in cui si disse arrivederci e grazie a Rudi Garcia. Non è neanche la testardaggine di un direttore sportivo che lo ha scelto convinto che fosse l'uomo giusto al posto giusto e adesso non ha nessuna intenzione di rinnegare la sua scelta. E non è neppure la voglia di non darla vinta ai detrattori (tanti e spesso in malafede) di una società che sin dall'inizio del suo percorsonon è che abbia brillato nel suscitare simpatia e condivisione, con l'obiettivo di crescere tutti insieme. È semplicemente così, conseguenza anche della convinzione all'interno di Trigoria che cambiare allenatore non voglia dire risolvere il problema grazie al tocco di una bacchetta magica che esiste solo nel mondo delle favole. Allora, pensando al bene primario che rimane la Roma, daje Eusebio, smentisci tutti e riporta la Roma dove deve stare la Roma.

Ma Difra torni Difra

La nostra non vuole essere, a prescindere, una difesa dell'allenatore giallorosso. Semmai della Roma. Non siamo così talebani da non renderci conto che in questa stagione il lavoro di Di Francesco tutto è stato meno che un successo. Non vogliamo neppure appellarci al mercato della società come solida attenuante del tecnico, per il semplice fatto che nel momento in cui si accettano le scelte, poi non ci si può tirare fuori come se niente fosse. E non è neppure una questione di infortuni che da qualche settimana hanno decimato le scelte a disposizione, roba che, semmai, potrebbe essere un ulteriore capo d'accusa nei confronti dello staff tecnico nella sua interezza. I problemi di mettere in campo una Roma all'altezza di quelle degli anni precedenti, sono stati evidenti sin dalle primissime partite ufficiali. Problemi di gioco, assemblaggio di squadra, ruoli troppo coperti, ruoli troppo scoperti. Di Francesco non può essere estraneo a tutto questo e noi siamo convinti che sia il primo a rendersene conto, anche se magari pensava che le problematiche, con il passare delle settimane, sarebbero diventate sempre meno grazie al lavoro e ai risultati. Non è successo invece. E se non vediamo innocenti analizzando questo momento della Roma, è chiaro che tra i colpevoli c'è anche il signore abbruzzese che siede sulla panchina giallorossa. Ma ora lui e soprattutto la Roma avrebbero bisogno di tutti per uno, uno per tutti. Soprattutto, il tecnico, di un pizzico di serenità che possa consentirgli di tornare se stesso, l'allenatore che diciotto mesi fa tornò a Trigoria per la terza volta, prima calciatore, poi team manager, con gli occhi di chi era pronto ad affrontare la sfida più complicata della sua vita da quando aveva appeso gli scarpini all'inevitabile chiodo. Di Francesco deve tornare Di Francesco. Quello che abbiamo conosciuto nella sua prima stagione sulla panchina romanista. Quello che era riuscito sempre ad affrontare con la necessaria serenità anche i momenti più difficili del suo primo anno da tecnico, e di momenti complessi ce ne erano stati. Quello che era riuscito a farsi ascoltare da uno spogliatoio che era di sicuro il più impegnativo con cui si fosse confrontato fino a quel momento. Quello che non aveva paura delle sue idee e grazie a quelle ci ha regalato una Champions che al solo pensiero ancora ci commuoviamo. Quello che aveva il coraggio di osare, a Londra come contro il Barcellona. Quello che era riusciuto a ridimensionare il non poco scetticismo con cui si era ripresentato da questi parti. Quello che, l'estate scorsa, ha meritato un prolungamento contrattuale. E tutto questo lo diciamo per un semplice motivo: è l'allenatore della Roma.