C'eri quasi riuscita, cara Roma. Hai quasi fatto mollare gli ormeggi anche ai più ostinati nel difenderti. Sei arrivata a tanto così dall'inibizione di ogni difesa immunitaria. A un passo dall'istigazione all'abbandono (della tua protezione), per tutte quelle orribili proroghe di soste in cui sembravi rimasta a casa. O forse sarebbe stato meglio se ci fossi restata davvero. Ce l'hai quasi fatta. Ce l'avevi quasi fatta. Ci hai fatto anche perdere la cognizione spazio-temporale.

Lo hai fatto con quell'indigesto saliscendi di prestazioni a singhiozzo, dopo le quali c'è sempre qualche protagonista che ci spiega che «per un tempo, per un'ora, per settanta minuti» e così via (ma mai per novanta) ci siamo stati. Come se bastasse esserci con tutti i sentimenti per una parte e non per l'intera durata delle partite. Ed è proprio adesso che la luce in fondo al tunnel sembra più simile a quella del treno incontro a tutta velocità, che a quella rassicurante del sole che indica l'uscita, che il "quasi" di prima fa tutta la differenza del mondo. Proprio ora che l'ulteriore bastosta delle notizie dall'infermeria sembra ridurre le speranze di pronta rinascita al lumicino. In discussione sono i tuoi malanni, letterali e metaforici. Li conosciamo tutti, dal primo all'ultimo, anche se ci sfuggono le cause. Quelle profonde. Ma è poco importante, in fondo. I medici non si trovano al di fuori, nessuno di noi lo è. Chi ha a cuore le tue sorti dovrebbe soltanto accudirti e darti forza. A curarti deve pensare chi è dentro di te, mentre negli ultimi tempi anche lì sembrano regnare confusione e diagnosi approssimative.

Perché parliamoci chiaro, quando ti ammali fai sempre le cose in grande stile e non risparmi nessuno o quasi. Diventi una sorta di calamita a carica negativa che tutto pervade. Al di là della facilissima ricerca del capro espiatorio di turno da mandare sulla pubblica gogna, che è però un giochino che da queste parti non riesce proprio a fare proseliti, pur andando tanto di moda. E ci si è messo anche lo stramaledetto caso (chiamiamolo così), che riesce sempre a scavare un po' più giù del fondo, a non farti mancare proprio nulla: infortuni a raffica; rigori negati, che la metà sarebbe bastata a fare statistica; pali, così legati a noi da tenerci perennemente in testa alla relativa classifica. Ma la prima responsabilità è tua, cara Roma, che hai compromesso una stagione che poteva e doveva vederti protagonista. E con tanta fatica, potrebbe perfino ancora ritagliarti un ruolo importante. A patto di abbandonare questa specie di stato catatonico che ti ha avviluppato. Di reagire. Di non scioglierti alla prima avversità come un ghiacciolo al sole: inerme, tremolante, in balia degli eventi, senza quel sacro fuoco della passione che proprio tu hai dimostrato di avere non più tardi di qualche mese fa, mica una vita. Di ribaltare tutto e subito. Chi ti sta intorno proverà a non sgridarti perché hai preso freddo (anche se lo meriteresti), ma a coprirti. A darti una mano per rialzarti. A stringersi un po' e a stringerti più di un po'. Pur di ritrovarti, cara Roma.