Molte persone vivono senza riuscire a togliersi di dosso le zavorre che la vita gli ha ancorato sulla pelle. Solo che anziché combattere le loro debolezze… cercano di banalizzare le capacità degli altri.

Cosa? No, state tranquilli, questo non è un saggio di sociologia: questo è Il Romanista, il quotidiano dei tifosi della ROMA. E questa premessa non serve ad altro se non a far strada alla banalizzazione – ora però per davvero. Per ripagarli con la stessa moneta – di chi, pensandosi più sveglio degli altri, pretende di spiegarci José Mourinho. In che modo? Descrivendolo, anzi pitturandolo, come la caricatura di sé stesso. Parlo di tutti quegli addetti ai lavori, appassionati ad altre e sbagliate fedi calcistiche, che se il mister si alza in piedi, recita. Se sbraccia, recita. Se corre a protestare, indovinate un po', recita. Attore, insomma, di uno stanco canovaccio collaudato negli anni che, per questa categoria di finissimi intenditori teatrali, ormai è completamente decifrabile.

Bravi. Sì, sono ironico. Perché tutti noi romanisti, in questo caso io che scrivo e voi che leggete, oramai viviamo al riparo dall'illusione che un professionista, tra l'altro appena sbarcato nella Capitale, possa già amare la maglia, la piazza, la squadra. Non abbiamo necessità delle loro perle di saggezza, dunque. Ma, allo stesso tempo, da anni avevamo il desiderio – anzi mi correggo: il bisogno – di una figura del genere capace di catalizzare le attenzioni di una piazza pirotecnica che però, appena si spegne la luce, è capace di cadere in depressione. Ecco, Mourinho è l'uomo che quella luce ha il compito di mantenerla accesa: per la maglia, per la gente, per la ROMA.

Campeggia ovunque questo slogan, è bellissimo. E più che mai azzeccato per raccontare quello che Mourinho dovrà chiedere – ottenere – alla squadra. Torno, allora, all'inizio: a quelli tristi che ieri idolatravano il carattere di Antonio Conte e che oggi ironizzano sull'allenatore portoghese. Sapete una cosa? Me lo immagino mentre se la ride con lo sguardo furbo, il mister. Padrone, e nocchiere, di certe dinamiche. Lui che conosce le regole del gioco, l'effetto domino, il causa-effetto: sa bene che ad ogni gesto corrisponde una reazione. E quello che per i critici è un modo di rapportarsi per lui è un modo d'essere. Che noi facciamo nostro perché eravamo stanchi di stare simpatici a tutti.

Ci sentiamo, invece, parecchio più comodi nei panni degli antipatici, nelle vesti di chi ha smesso di porgere l'altra guancia. Perciò se quell'andare a protestare quasi fin dentro il campo, il richiamare in modo esasperato i giocatori o parlare con ironia davanti i giornalisti fa parte di una rappresentazione… beh, allora saremo lì ad entusiasmarci al suo fianco. Eravamo stanchi dei figuranti, è il tempo dei protagonisti.