Uno in Curva Sud, l'altro di spalle al cuore pulsante del tifo romanista che esulta per il gol di Schick: un vessillo e un ragazzino, un padre e un figlio in un solo abbraccio che squarciano il tempo e vanno oltre lo spazio. È una delle cartoline di Roma-Samp: Francesco Totti campeggia su una bandiera, suo figlio Cristian è a bordocampo, fa il raccattapalle come il papà ventisette anni prima. Era il 1991, l'anno della Coppa Uefa sfumata in finale: il futuro numero dieci della Roma è lì, a due passi dal terreno che sogna di calpestare, durante Roma-Brondby e Roma-Inter. Un video lo inquadra mentre con aria sognante osserva Ottavio Bianchi in panchina: sembra non veda l'ora di sedercisi anche lui, non sapendo che di lì a due anni avrà modo di esordire.

Proprio lì, da bordocampo, passano i sogni di gloria di centinaia di ragazzini: alcuni ce la fanno, altri no. Ma ad accomunarli c'è quella luce negli occhi di chi immagina una carriera fatta di gol, assist, parate e trofei alzati al cielo. O forse solo l'irrefrenabile voglia di correre dietro a un pallone, istinto impossibile da reprimere proprio come è impossibile controllare il battito del proprio cuore. Ne sa qualcosa Daniele De Rossi: «Vivevo per fare il raccattapalle: era quasi come giocare con loro. Ti passano davanti nel sottopassaggio ed è uno spettacolo, un continuo scoprire briciole di calcio vero, che speri e sogni di fare. Quando facevo il raccattapalle ero affascinato anche dagli avversari. Ogni tanto trovavi Baggio o Ronaldo... Rischiavi pure: ricordo una volta che rischiai di prendere una cinquina da Sebastiano Rossi perché la Roma vinceva». A tal proposito chiedere a Matteo Cancellieri, attaccante dell'Under 17 giallorossa che l'anno scorso è stato spintonato in malo modo da Facundo Ferreyra in occasione di Roma-Shakhtar: si è consolato con la maglia che proprio De Rossi ha voluto regalargli. Ma al di là di qualche episodio sgradevole, le parole del Capitano spiegano forse meglio di qualsiasi altra analisi l'emozione di "sti giovanotti de 'sta Roma bella", ma anche dell'Italia intera, e chiunque abbia sognato almeno una volta nella vita di tirare calci a un pallone in Serie A la conosce bene.

Da Cappioli a Caprari

Pensate all'emozione di Massimiliano Cappioli, romano e romanista classe 1968, che fa il raccattapalle allo Stadio Olimpico nell'anno di grazia 1982-83. C'è anche il 15 maggio, quando la Roma già campione d'Italia ospita il Torino per la festa Scudetto: quando Paulo Roberto Falcão sigla il gol del 2-0 provvisorio e corre sotto la Sud per abbracciare il suo popolo. A inseguire il Divino - e quasi a placcarlo - c'è anche un quindicenne moretto che, undici anni più tardi, sotto quella Curva correrà per un gol in un derby.
Lì, a due passi dalla sottile linea bianca, sono stati anche Alessandro Florenzi e Gianluca Caprari, entrambi in campo l'altro pomeriggio. L'attaccante della Samp, cresciuto nel vivaio romanista, una volta fu protagonista di un "assist". Roma-Palermo, 26 gennaio 2008: dopo una chiusura di Barzagli in corner, il quattordicenne è lestissimo a sistemare il pallone a ridosso della bandierina; i giallorossi battono in fretta e furia e Mancini di testa insacca il gol della vittoria. Mandano su tutte le furie Zamparini, che chiede addirittura lo 0-3 a tavolino. Florenzi fa più o meno lo stesso in un Roma-Milan in cui a segnare, sempre sugli sviluppi di un angolo, è Mexes. Due giorni fa guidava la squadra da capitano: un altro figlio di Roma che da ragazzino, dietro quella linea bianca di confine tra sogno e realtà, sperava di arrivare in Serie A.