Passaporto per la porta. Il nuovo numero 1 giallorosso Rui Patricio è soltanto l'ultimo nel ruolo a varcare i cancelli di Trigoria da oltre confine. Il portoghese si inserisce nel solco di una tradizione relativamente recente, inaugurata dall'austriaco Konsel a fine Anni 90 e proseguita con maggiore insistenza nei decenni successivi. È inconfutabile che fra i pali della Roma del terzo millennio si sia parlato più spesso lingue straniere che italiano. E la più inflazionata è proprio quella dell'ultimo arrivato.

È la colonia brasiliana quella cui fin dal 2005 si affidano tecnici e dirigenti anche molto diversi fra loro. Comincia la coppia Spalletti-Pradè, andando a scovare nella Juventude l'allora ventiseienne Donieber Alexander Marangon, meglio conosciuto come Doni. Talmente forte la sua voglia di misurarsi col calcio europeo, da pagare di tasca propria i 18mila euro della clausola rescissoria. A Trigoria trova il giovane Curci, protagonista in Coppa Italia nella travagliata stagione precedente, e sembra giocarsi il posto da dodicesimo col greco Eleutheropoulos, riserva designata ma già con un anno di Serie A alle spalle. Doni però scala rapidamente posizioni nelle gerarchie spallettiane, fino a diventare l'indiscusso titolare del primo ciclo del tecnico toscano.

L'anno successivo gli fa compagnia il connazionale Julio Sergio, tesserato su segnalazione dell'ex giallorosso Zago, che nel primo triennio romano non vede mai il campo e diventa famoso suo malgrado per una battuta di Spalletti, che lo definisce «il miglior terzo portiere del mondo». Si prenderà le sue rivincite con Ranieri, della cui strepitosa rimonta sfumata nel finale proprio contro Mourinho diventa protagonista assoluto, parando anche un rigore nel derby che vale il primato. Coi due brasiliani ce n'è un terzo, Artur, due stagioni senza lasciare tracce indelebili. Resta invece a lungo (9 anni) Bogdan Lobont, arrivato a cavallo delle gestioni Spalletti-Ranieri. Il romeno gioca poco ma diventa figura di spicco nello spogliatoio.

Il passaggio dai Sensi agli americani non cambia l'abitudine di puntare all'estero per la porta: il nuovo ds Sabatini porta in dote a Luis Enrique il vice-campione del mondo Maarten Stekelenburg, ma un infortunio a inizio avventura ne mina il rendimento. L'anno successivo su indicazione di Zeman arriva il carneade uruguayano Goicoechea, che però contribuisce al disastro tecnico del boemo. La controrivoluzione sabatiniana segna un ritorno all'antico nel 2013 con De Sanctis, primo italiano titolare dopo 8 anni, ma dal mercato arriva anche il polacco Skorupski. Una sorta di apripista per Szczesny, che resta due stagioni in prestito dall'Arsenal prima di lasciare il posto al vero e proprio fenomeno che risponde al nome di Alisson Becker. L'ennesimo brasiliano è protagonista della straordinaria cavalcata in Champions e nell'estate 2018 il Liverpool arriva a sborsare 75 milioni pur di assicurarselo.

La successione del numero 1 più forte del globo non è semplice e Monchi, nel frattempo subentrato alla direzione sportiva, sceglie di affidarla al nazionale svedese Robin Olsen. Ma il rendimento della squadra precipita e anche quello del portiere non è all'altezza. Subentra nuovamente in panchina Ranieri sulle ceneri della gestione Di Francesco e si affida all'usato sicuro dell'italiano Mirante. In rosa c'è anche un altro brasiliano, il giovane Fuzato, che però non vede il campo. Altro giro, altra corsa: tocca alla coppia Petrachi-Fonseca scegliere il nuovo interprete del ruolo e la preferenza cade su Pau Lopez, portiere emergente del Betis Siviglia nel giro della nazionale spagnola. Per un girone le sue prestazioni sono buone, poi il lockdown e un infortunio al polso lo restituiscono insicuro. A fine stagione si annuncia un nuovo cambio fra i pali. Detto fatto: è il momento di Rui Patricio.