"Chi ha subito un danno è pericoloso, perché sa di poter sopravvivere". Josephine Hart.

«Buongiorno a tutti. Scusa il mio italiano, è molto brutto. Però sarà molto bene dopo... (applauso, ndr)... sarà migliore dopo due mesi, o magari due anni, non lo so ancora». Sono state queste le prime parole, in un italiano in realtà già molto comprensibile, di Luis Enrique da allenatore professionista. Era il 14 luglio del 2011, tra nove giorni saranno dieci anni esatti. In una caldissima giornata di metà luglio, sotto una tensostruttura refrigerata a fatica, vennero presentati contemporaneamente il nuovo presidente della Roma, Thomas Di Benedetto, le nuove maglie e, per l'appunto, il nuovo allenatore, reduce dalla minima esperienza al Barça B, l'under 23 del capoluogo catalano che stava crescendo all'ombra dello squadrone allenato da Guardiola. Oggi, 5 luglio del 2021, Luis sarà di fronte ancora ad una platea di giornalisti, la maggior parte spagnoli, ma anche diversi italiani, tutti collegati da remoto. E di sicuro i concetti che esprimerà saranno gli stessi di dieci anni fa. Questi: «Se la Roma mi ha voluto evidentemente è perché condividiamo le stesse idee di calcio. Vogliamo portare un gruppo di giocatori giovani ma con un preciso obiettivo. Vincere le partite attaccando per far divertire i tifosi. A me piace attaccare, non intendo il calcio in nessun'altra maniera».

La sua revolucion

Ci ha provato, quella volta andò male. Se ne andò sfiancato, senza però mai perdere la fiducia nelle sue idee. Con gli stessi concetti ha poi vinto tutto con il Barcellona e ora ha portato la Spagna a questa semifinale, rimediando al "fracaso" del mondiale del 2018 e rivoluzionando, a modo suo, la rosa che aveva ereditato. Perché le scelte che Luis ha fatto alla vigilia di questo Europeo hanno lasciato tutti a bocca aperta (e fucili spianati). Per la prima volta nella sua storia, ad esempio, nella Seleccion non ci sono giocatori del Real Madrid, sono invece rappresentati 17 club (i convocati sono stati 24, unico ct a rinunciare alla possibilità di portarne 26: «sarebbero troppi, non voglio vedere giocatori scontenti»), 4 sono del Manchester City (loro conoscono già il verbo tecnico), 3 del Barcellona e 6 di loro, come sottolineano tutti i giornali in questi giorni, finita l'avventura europea andranno alle Olimpiadi di Tokyo ad inseguire un'altra medaglia: sono i ragazzini Unai, Garcia, Pau Torres, Oyarzabal, Dani Olmo e quel Pedri che somiglia così tanto a Iniesta, tanto per cavalcare altre suggestioni. La Spagna, un po' come l'Italia, ha una squadra senza stelle di prima grandezza, ha il problema del centravanti (ma Luis ha imposto Morata come Mancini ha investito su Immobile) e punta sulle proprietà tecniche, sullo spirito di gruppo e sulla mentalità offensiva. Non è una squadra imbattibile, in difesa i due mancini Laporte e Pau Torres si prendono a volte qualche licenza di troppo, i terzini sono più bravi a spingere che a difendere, in mezzo Busquets comincia a risentire dei morsi dell'età, ma sono tutti uniti intorno all'allenatore.

Il suo staff leale

Con Luis, del resto, è così. Chiunque lo frequenta finisce per innamorarsene, o semplicemente non lo capisce. È capitato a Franco Baldini e Walter Sabatini ai tempi della loro avventura romanista, è capitato a Totti, nonostante un approccio tutt'altro che semplice, e a De Rossi, nonostante un incidente di percorso che poteva complicare il loro rapporto, è capitato ai tifosi della Roma (ma poi in molti lo hanno mollato dopo le più brucianti sconfitte), è capitato ai ragazzi con cui ha costruito uno staff professionale che ancora oggi per buona parte regge, dieci anni dopo. Con l'allora giovanissimo Rafel Pol, il preparatore che senza aver maturato alcuna esperienza portò con sé rapito dai suoi saggi sul tema, è ritratto in una bella foto scattata dopo la vittoria sulla Svizzera che Luis ha postato l'altro ieri su Instagram. E Joaquin Valdes è l'esperto in psicologia che provò a sostenerlo quando a Roma andò in difficoltà e ancora oggi lo aiuta nel trattamento con i giocatori che hanno bisogno di qualche sostegno mentale: Morata lo ha recentemente ringraziato in un'intervista pubblicata sul Corriere della Sera per l'importante contributo che gli ha dato per vincere la depressione.

Il tradimento

Alla Roma c'era anche quello che sembrava essere un fedelissimo secondo, Robert Moreno, anche lui molto giovane. Robert lo ha accompagnato sin dalla prima esperienza al Barça B, poi alla Roma, poi è rimasto ad aspettarlo nel suo sabbatico post-Trigoria, poi è andato con lui al Celta e al Barcellona, dove insieme, finalmente, hanno vinto tutto. Quando Luis si è fermato ancora, ha accettato, con l'avallo del capo, di collaborare con Unzuè al Celta, poi il presidente della Federcalcio iberica Rubiales ha puntato su Luis Enrique per rimediare al "fracaso" del pessimo mondiale in Russia, cominciato male con Lopetegui (licenziato prima della rassegna per aver annunciato il suo accordo con il Real Madrid) e finito peggio con Hierro. Da ct Luis ha richiamato Moreno e il sodalizio è ricominciato. Poi addosso a Luis Enrique (e alla sua famiglia) è all'improvviso calata una terribile tragedia, prima l'infausta diagnosi di un osteosarcoma alla dolcissima figlia Xana di nove anni e, cinque mesi dopo, la sua scomparsa. Per lottare insieme con la sua bambina Luis lasciò immediatamente la guida della nazionale e il presidente, con un gesto apprezzato da tutti, invece di sostituirlo decise di aspettarlo assegnando la panchina al suo vice, prima ad interim e poi con un contratto ufficiale con scadenza alla fine degli Europei, originariamente previsti per il 2020. Quando a dicembre del 2019 il presidente federale Rubiales comunicò al giovane Moreno l'intenzione della Federcalcio di riconsegnare la panchina a Luis Enrique - erano passati quattro mesi dalla scomparsa della piccola Xana - a quanto pare qualcosa nella risposta di Moreno non è piaciuta a Luis Enrique. Qui le versioni divergono: Moreno dice di aver detto subito di essere pronto a fare un passo indietro, secondo invece il presidente avrebbe chiesto di essere lui il titolare fino agli Europei e solo successivamente sarebbe tornato a fare il secondo di Luis Enrique. Sta di fatto che quando invece la federcalcio ha ripreso Lucho è arrivato il benservito a Moreno: «Nel mio staff - sentenziò l'allenatore - non c'è spazio per chi ha queste irrefrenabili ambizioni». Da allora Moreno sta provando a seguire la sua strada da allenatore: non ha funzionato molto in sostituzione di Jardim al Monaco, ora ha appena firmato due anni di contratto con il Granada.

Qualcuno era romanista

Luis ha proseguito sulla sua strada, con i suoi silenziosi fedelissimi, ha ulteriormente allargato lo staff, ha cementato il gruppo guidandola la sua maniera, con "los ojos serrados e los sueños despiertos", occhi chiusi e sogni aperti. Ha raggiunto la semifinale, ma adesso la Spagna è sfavorita rispetto ad un'Italia che 10 anni fa vedeva Luis Enrique come un marziano e oggi invece gioca e vince adottando gli stessi principi. Quando qualcuno chiese a Baldini qualche tempo fa come ricordasse la sua avventura con Luis Enrique alla Roma, il dirigente usò una metafora molto cara a Giorgio Gaber: "ipotetici gabbiani". Già. Qualcuno era romanista.