La ciste di De Rossi. I polpacci di Pastore. L'odissea di Karsdorp. La coscia di Manolas. I muscoli di Perotti e Kluivert. E meno male che, all'inizio della stagione, si era parlato, peraltro a nostro giudizio con una certa dose di ragione, di una rosa ai confini dell'esagerato. Perché ora, tra i non pochi problemi con cui la Roma si sta confrontando, c'è pure quello di un'infermeria che all'esterno vede affisso il cartello del tutto esaurito. Nelle ultime settimane il problema si è aggravato. Ultimo esempio la partita di domenica scorsa al San Paolo, Di Francesco costretto a due cambi obbligati, prima De Rossi, poi Manolas a chiedere il cambio, due cambi, magari ci sbagliamo, che se non ci fossero stati probabilmente avrebbero consentito un secondo tempo dignitoso permettendo ai giallorossi di arrivare al fischio finale con la vittoria sfumata al tramonto della gara.

Il rebus De Rossi

Il problema, per Di Francesco, rischia di protrarsi perlomeno ancora per un po'. Ci sarebbe da domandarsi come mai, pur avendo cambiato plotoni di preparatori atletici, in ogni stagione ci si ritrovi a dover fare i conti con un numero eccessivo di problemi fisici e una preparazione fisica che, a vedere la squadra in campo, qualche dubbio lo può legittimare. In più, ora, c'è il rebus De Rossi. Costretto nel recente passato già a fermarsi, rientrato in campo con il Cska, richiamato in panchina a dieci minuti dal fischio finale, ancora titolare contro il Napoli, ma a pochi minuti dall'intervallo costretto nuovamente ad alzare il braccio per chiedere il cambio. Sarà un caso, ma da quel momento la dignitosa Roma vista nel primo tempo, è letteralmente scomparsa, incapace nella ripresa di gestire un pallone con Cristante che vagava per il campo cercando di capire quello che stava succedendo. Questo per dire l'importanza del Capitano in questa seconda Roma difranceschiana, cosa che ci fa piacere per il numero sedici, ma che a Trigoria dovrebbe un tantinello preoccupare vista se non altro la carta d'identità che dice trentacinque del biondo di Ostia.

Operare o non operare?

Il dilemma non sarà proprio shaksperiano, ma questo è il problema: operare o non operare il ginocchio del Capitano? Per chi fosse distratto, ricordiamo che da Trigoria è filtrato come il Capitano stia soffrendo di una ciste sul menisco esterno del ginocchio, a cui si è aggiunta una contusione ossea. Un problema che si sta portando dietro da non meno di due stagioni. Ora però ci pare chiaro che la situazione sia in una fase di peggioramento. Allora, che fare? C'è da dire che non più tardi qualche settimana fa, De Rossi è andato a Villa Stuart per farsi visitare dal professor Mariani. Il responso è stato, appunto, quello della ciste sul menisco esterno. Problema che si può affrontare in due maniere: terapia conservativa oppure entrare in sala operatoria e asportarla. Si è deciso, almeno per il momento, di optare per la soluzione conservativa. Cosa che per due-tre settimane ha dato risultati positivi, tanto è vero che le recenti assenze di De Rossi dal campo sono state determinate dalla frattura al mignolo del piede riportata a Empoli, della serie che alla Roma non si fanno mai mancare niente.

La terapia conservativa consiste in infiltrazioni e fattori di crescita che possono consentire al giocatore di arrivare a fine stagione e, poi, nel caso, decidere per l'intervento chirurgico. Cosa che si cercherà di fare soprattutto in considerazione del fatto che per De Rossi operarsi vorrebbe dire stare lontano dai campi di gioco tra le dieci e le dodici settimane, in sostanza tre mesi. Un'eternità di fatto. Una prognosi così prolungata rispetto a una normale operazione di menisco, è determinata dal fatto che il menisco interessato è quello esterno, cioè il più rognoso con tempi di recupero tripli rispetto a quello mediale. Ieri De Rossi, accompagnato dal medico sociale Del Vescovo, è tornato dal professor Mariani per monitorare la situazione, che gli ha prospettato la doppia soluzione al problema, ma il giocatore opta per continuare a gestire la situazione. Al momento.