"Non fa male, non fa male!". Era il grido con il quale Apollo Creed caricava Rocky Balboa, alias Sylvester Stallone, nel momento cruciale dell'incontro con Ivan Drago. Ed è quello che deve essersi ripetuto l'ex giallorosso Fernando Gago nei due minuti intercorsi tra la rottura del legamento crociato anteriore e il collaterale del ginocchio destro e il momento in cui si è arreso alla sostituzione. Perché, mentre i medici lo medicavano a bordocampo, il numero 5 dell'Argentina gridava loro: "Dejame jugar, dejame jugar!". Lasciatemi giocare. Troppo importante la gara contro il Perù, con la qualificazione ai prossimi Mondiali appesa ad un filo, per tirarsene fuori. Ha provato un contrasto, due: alla fine ha gettato la spugna. Sostituito dopo 6 minuti dal suo ingresso in campo, il capitano del Boca Juniors e il suo gesto riportano alla memoria episodi più o meno simili avvenuti all'interno del rettangolo verde. Perché, alla faccia del luogo comune secondo cui i calciatori siano dei simulatori con una soglia di sopportazione del dolore prossima allo zero, ci sono stati uomini che – per amore della maglia, o magari della patria – sono rimasti in campo, a lottare su ogni pallone.

LA SPALLA DEL KAISER

L'immagine simbolo è quella di Pelé che, in "Fuga per la vittoria", si protegge i fianchi dai colpi dell'infame ufficiale delle SS. La pellicola di John Huston si ispirò a "Der Kaiser" Franz Beckenbauer, che nell'ormai leggendaria Italia-Germania 4-3 del 17 giugno 1970 si lussò una spalla. «Cambio? Nein!»: con la sua proverbiale eleganza nel portamento, il libero tedesco giocò tutto il match (supplementari compresi) e ad oggi quella resta una delle migliori prestazioni della sua carriera.

ROMANISTI CORAGGIOSI

Ma prima di lui, ci fu "er Core de Roma" Giacomo Losi. L'8 gennaio 1961, nel corso di una partita casalinga contro la Sampdoria, il difensore giallorosso si infortunò all'inguine e fu spostato all'ala, come si usava all'epoca. Con il risultato sul 2-2 a 10' dal termine, su un angolo di Lojacono, Giacomino svettò in mezzo a due difensori blucerchiati e siglò il gol della vittoria. Fu uno dei due gol che segnò in 386 presenze con la maglia della Roma.

In tempi più recenti, ma sempre allo Stadio Olimpico: Roma-Piacenza, stagione 2001/2002, quella del tricolore sul petto. Al quarto d'ora la squadra di Capello conquistò un calcio di punizione dai 25 metri, in posizione leggermente defilata a sinistra. La mattonella di Marcos Assunçao. Peccato che il brasiliano, già in avvio, avesse accusato un forte dolore al ginocchio: Lima si stava già scaldando. "Vabbè dai, la tiro comunque", sembrò dire il numero 5. La traiettoria fu un arcobaleno perfetto che tolse la ragnatela dall'incrocio e regalò il vantaggio alla Roma. Tre minuti dopo, il cambio. Quindi la diagnosi: rottura del menisco.

E come dimenticare il pianto a dirotto di Julio Sergio nei minuti finali di Brescia-Roma del 23 settembre 2010? In un'uscita alla disperata su un attaccante avversario, il portiere si infortunò alla caviglia. Mancava poco al 90' e la Roma aveva esaurito i cambi. Non fosse stato l'estremo difensore, avrebbe abbandonato il campo e la sua squadra avrebbe chiuso in inferiorità numerica. Lui, tra i singhiozzi, rimase al suo posto. Pochi minuti, ma sufficienti per entrare nel cuore dei tifosi romanisti. Che a cose del genere fanno caso.

BUTCHER

C'è anche chi ha tenuto fede al suo nome: perché il difensore Terry Butcher (che in inglese significa macellaio) durante una gara di qualificazione ai Mondiali del '90 contro la Svezia, in un contrasto aereo ebbe la peggio, ma decise di proseguire. Con il passare dei minuti, la ferita alla testa si riaprì e il turbante che gli era stato applicato si colorò rapidamente di rosso scuro. A fine gara, più che dal campo, sembrava uscito da un mattatoio. Anche in questo caso, i medici si sentirono dire: "It's ok! Let me play, let me play!". Cambia la lingua, non il senso: lasciatemi giocare.