IIl campionato del mondo di calcio che si sta giocando in Russia non fa altro che ricordarci ogni giorno la mancanza della Nazionale maschile. Aggettivo da usare necessariamente, dato che tra un anno ci sarà un altro campionato del mondo, quello femminile, con l'Italia presente. Ma sarebbe troppo semplice usare l'impresa delle nostre ragazze per denigrare le (contro)prestazioni dei maschi. Quella, infatti, è un'impresa che va valorizzata a prescindere, perché non è arrivata per caso e perché potrebbe essere solo l'inizio di un percorso che l'Italia aspetta da troppo tempo.

Milena Bertolini, Ct della Nazionale femminile, quando guarda le partite del Mondiale maschile, pensa che tra un anno toccherà anche a lei partecipare a un Mondiale?
«È ancora molto lontano. Ogni tanto ci penso, ma non tantissimo. Naturalmente sto guardando tutte le partite, ma solo dal punto di vista tecnico e di studio. In questi giorni sono a Coverciano per uno stage con le migliori giovani, poi passata questa estate, dall'amichevole di fine agosto col Belgio, inizierò a ragionare sul Mondiale 2019 che ci siamo conquistate».

Dal punto di vista «tecnico e di studio», come l'ha definito, cosa può dire un campionato del mondo, vista la difficoltà di assemblare le squadre nazionali?
«Nelle prime partite è soprattutto un discorso di impatto emotivo. La gara d'esordio, in particolare, è difficilissima. Spesso le squadre favorite faticano e quelle di seconda fascia, vedi il Messico, fanno grandi prestazioni. Si fa sentire il peso psicologico sulle favorite. A livello tecnico è dura trovare una nazionale che abbia una propria identità. Credo che per far rendere una nazionale servano tre cose: idea di gioco, compattezza di squadra e talento. Sono tre componenti di pari importanza. Ho visto una certa connotazione a livello difensivo da Islanda e Svezia, anche nelle ripartenze. Le squadre più blasonate faticano, forse solo la Germania ha una sua identità di gioco costruita nel tempo. Magari ha il problema dell'appagamento, infatti quando Loew ha messo dentro giocatori non titolari, ma forse con più fame, le cose sono migliorate. Spesso in certe situazioni più del gioco conta lo spirito».

Ci può raccontare la sua idea di calcio?
«Cerco di trasmettere l'idea di un calcio propositivo. Che, mi rendo conto, detta così può anche non significare niente. Voglio che la mia squadra faccia la partita nella metà campo avversaria, che sia aggressiva e compatta. Poi naturalmente non sempre ci si riesce, ma l'idea è questa e cerco di mettere in atto tutti gli accorgimenti affinché ciò riesca».

Nel 2011 è stata a Barcellona per studiare Guardiola. Cosa le ha dato quell'esperienza?
«Non è un caso se poi ho scritto lì la mia tesi. Credo che il tiki-taka lo abbiano inventato le donne. Mi spiego: il gioco palla a terra fatto in quel modo è molto adatto alle ragazze. Dal punto di vista fisico ovviamente hanno qualcosa in meno rispetto agli uomini, ma hanno tecnica ed eleganza. È proprio a livello psicologico che credo sia un calcio adatto alle donne. Il pensiero della donna è complesso, circolare, costruttivo. Ed è tipico di questo modo di giocare arrivare al gol con una fitta rete di passaggi. Studiando il Barcellona ho consolidato le mie convinzioni e ho apprezzato la loro filosofia da tutti i punti di vista. Intanto il lavoro tecnico e fisico: fino alla categoria juniores sono tutti giocatori piccoli, non ne vedi uno sopra il metro e ottantacinque. Si prediligono l'aspetto tecnico e la bellezza el gioco. E io condivido questa idea: un calcio fatto di possesso palla e giocato palla a terra è più piacevole rispetto alla palla lunga o al giocare sulla seconda palla. Ho potuto approfondire con i loro professionisti anche tutto ciò che c'è dietro. Un discorso educativo e di filosofia di approccio al gioco che viene trasmesso in ogni momento. Sono messaggi educativi il cui valore poi ti torna anche sul campo».

Eppure ancora oggi si usa dire "squadra femmina" sottolineando le pecche di una squadra.
«Pensi che qualche anno dopo Klopp, quando allenava il Borussia Dortmund, disse che il calcio di Guadiola era un calcio femminile. Ed era un complimento, che sottolineava proprio questi concetti. Che ne portano con sé anche altri: dinamiche relazionali, lo spirito di squadra, di sacrificio, di compattezza. Ma alla fine il gioco rispecchia sempre una certa filosofia e un certo approccio mentale».

Prima ci diceva che è presto per pensare al Mondiale. Ripensiamo allora alla qualificazione.
«È arrivata grazie a una grandissima motivazione ed è passata attraverso i legami che si sono creati tra le ragazze. Un gruppo di trenta ragazze che ha avuto tra le sue armi principali lo spirito di squadra e le motivazioni. È stato un percorso che ha avuto molti passaggi importanti. In occasione della partita col Portogallo avevo 15 giocatrici colpite da un virus, fino all'ultimo non sapevo su chi poter contare. Ma chi è sceso in campo ha saputo soffrire, dando tantissimo, dimostrando qualità morali altissime. Un momento chiave è stato anche l'amichevole con la Francia, che è una delle squadre più forti al mondo. Abbiamo sofferto nel primo tempo, forse meritavamo di perdere due o tre a zero, ma abbiamo pareggiato e finito la partita nella loro metà campo. Quel giorno abbiamo fatto un salto di qualità importante dal punto di vista dell'autostima. A furia di sentirsi dire che l'Italia femminile non si qualificava mai, c'era il rischi di convincersene a prescindere. Di sentirsi sempre inferiori in partenza. Infine, la vittoria col Belgio, che era favorito, in rimonta. Lì mi sono detta: ‘Ci siamo'. C'era la consapevolezza totale di potercela fare. Infatti nella partita col Portogallo la squadra è scesa in campo con una convinzione talmente forte che praticamente la nazionale portoghese non ha neanche giocato. L'abbiamo quasi resa una ‘non-partita'. Ecco cosa significa crescere per una squadra. Ecco che gioco, testa e compattezza di squadra diventano una cosa sola».

L'Italia mancava al Mondiale dal 1999. Cosa è successo in questi 20 anni?
«Che la federazione non ha investito nel calcio femminile come hanno fatto altrove. Così, mentre gli altri acceleravano, noi mettevamo la retromarcia, anche da un punto di vista culturale».

Oggi possiamo dire che la vostra qualificazione ha un valore culturale quanto se non più importante di quello sportivo?
«Assolutamente. Non è arrivata per caso e io spero sia solo l'inizio. Intanto la scelta di obbligare le società professionistiche di dotarsi di un settore giovanile è stata fondamentale. Questo vuol dire mettere le giovani calciatrici nelle condizioni ideali per allenarsi ed elevare quindi il proprio livello. Già questo è un messaggio positivo. Le vittorie inoltre aiutano, perché cambia la percezione delle ragazze che giocano a calcio. I media in questo sono importantissimi perché fanno educazione e cultura».

Per lei, da bambina, fu difficile iniziare a giocare a calcio?
«Giocavo con i maschi e mi facevo passare da maschio, era l'unico modo. Tenevo i capelli corti e giocavo con i miei amici, peraltro siccome ero brava tutti mi volevano in squadra con loro. Ho sofferto di questa cosa e non sono stata l'unica: è capitato anche a tante mie colleghe. Anche per questo ho sempre visto il mio percorso di giocatrice prima e di allenatrice ora come una missione per far sì che le bambine di oggi abbiano condizioni migliori per poter iniziare e crescere».

Lei è abilitata anche per allenare squadre maschili.
«Mi è già capitato, con le categorie giovanili, dai piccoli amici agli juniores, ho fatto anche il preparatore per squadre di Eccellenza. In futuro non si sa mai, oggi mi piace tantissimo allenare le ragazze. Ma più passa il tempo più è normale che ci siano donne che allenano uomini. Pochi giorni fa Amelie Mauresmo è diventata capitano della Francia in Coppa Davis. Nel football americano, dove girano molti più soldi che nel calcio, ci sono allenatrici donne, la selezionatrice della Francia femminile ha già allenato una squadra di Serie B maschile, tutte cose che favoriscono l'eliminazione di pregiudizi».

A proposito di squadre professionistiche, ora è arrivata anche la Roma.
«Ne sono contenta. Tra l'altro hanno scelto un'allenatrice molto brava come Betty Bavagnoli, che farà sicuramente benissimo. Faccio un grande in bocca al lupo a lei e alla squadra, oltre naturalmente ad applaudire la società, che peraltro ha nel suo organico un'icona del nostro mondo come Mia Hamm. Abbiamo bisogno di società così».

Quindi ora la vedremo spesso a Roma?
«Certo. Ma ci sono sempre venuta spesso, perché è una città che ha un grande bacino da cui poter pescare e tanti talenti che adesso spero abbiano più occasioni e più possibilità per potersi sviluppare. Stare in una società con le strutture della Roma è fondamentale per poter crescere, per cui seguirò con molta attenzione la Roma, cui rinnovo il mio in bocca al lupo».

 Viva la lupa. La Roma, d'altronde, è femmina. E questo, come dicono Klopp e Guardiola, non può che essere un valore.