Oggi alle 16:15 il Barcellona capolista della Liga, a punteggio pieno dopo sei giornate, ospita il Las Palmas. Fin qui niente di strano: un match come tanti per i blaugrana. Il fatto è che, al di fuori del Camp Nou, va in scena una partita ben più importante. Una partita che, ancor prima di iniziare, è già infuocata da manifestazioni, proteste, arresti, spari e feriti: il referendum per l'indipendenza della Catalogna. È un muro contro muro tra la Generalitat e il governo di Madrid, una battaglia che non sta risparmiando episodi violenti e che rischia di proseguire anche dopo il voto. E al di là del tweet di Piqué, che ha fatto infuriare più di qualcuno, è inevitabile che Barcellona e il Barça diventino il simbolo di questo vento di cambiamento. Che non nasce certo oggi.

Del resto, il messaggio veicolato dal club blaugrana nel corso degli anni è sempre stato chiaro. A volte diretto, altre volte indiretto, ma questo non cambia la sostanza delle cose. E mentre i più maliziosi sostengono che già il messaggio che campeggia sulla gradinata centrale ("Mes que un club", più che un club) nasconda chiari riferimenti all'indipendentismo, la maglia a strisce verticali gialle e rosse vestita in tempi recenti non lascia dubbi: è la bandiera della Catalogna capovolta. E se la Masia predilige ragazzi del luogo, un motivo ci sarà: non saremo ai livelli dell'Athletic Bilbao, che schiera solo ed esclusivamente calciatori baschi, ma poco ci manca. Nella cantera barcellonista si acquista, certo, ma un occhio di riguardo nei confronti dei catalani c'è sempre. Per maggiori informazioni, rivolgersi a Guardiola, Ferrer, Sergi, Xavi, Puyol, Busquets e Jordi Alba giusto per citarne alcuni.

La voglia di libertà è sempre stato uno dei tratti distintivi della Catalogna, dei catalani e del Barcellona. In tal senso, non può essere un caso se la squadra, negli anni '50 e '60, ha avuto un forte legame con l'Ungheria, Paese che in quel periodo fu dilaniato da una Rivoluzione repressa nel sangue: Plattkó, Kubala, Kocsis e Czibor, che la rivoluzione l'avevano fatta nel calcio, trovarono rifugio tra le braccia blaugrana. E non è un caso neanche il rapporto privilegiato del club con uno dei Paesi più tolleranti, più illuminati e più all'avanguardia nell'arte e nella cultura: l'Olanda. In principio fu Rinus Michels, l'artefice del calcio totale che incantò il mondo intero; poi venne il suo discepolo, il "Profeta" Johan Cruijff che vinse la prima Coppa dei Campioni nella storia del club, nel 1992: al centro del campo, un ventunenne Guardiola che già dimostrava un'intelligenza fuori dal comune. Quindi fu il turno di Frank Rijkaard: altra Coppa dei Campioni nel 2006. E, in tempi più recenti, l'avvento di Pep che – complici Messi, Iniesta & Co. - proietta il Barça nell'iperuranio calcistico: due Champions League in tre anni, la bellezza di quattordici trofei tra il 2008 e il 2012, ma soprattutto un calcio (quasi) mai visto prima, che in più di un aspetto ricorda quel totaal voetbal di matrice olandese. Infine Luis Enrique, asturiano ma catalano d'adozione, che nel 2015 ha regalato al Barça la quinta e ultima – per ora – coppa dalle grandi orecchie.

Alla base di tutto, comunque, c'è sempre stata la voglia di rompere gli schemi. O meglio, di ridisegnarne altri, nuovi e mai visti. Sinuosi e colorati come le curve di Parc Güell, liquidi come la facciata anteriore di Casa Batlló, tendenti all'infinito come le guglie della Sagrada Familia che dominano tutta la città. Chissà che oggi Barcellona e la Catalogna non inventino un nuovo schema. Uno di quelli che sembrano impossibili fino a quando non li vedi realizzati. Come la migliore serpentina di Messi.