La sensazione che si ha quando si entra in un tempio è prima di tutto quella del rispetto. In un luogo importante, forse sacro, si entra in punta in di piedi. Così Francesco Totti dev'essere entrato in campo al Meazza di Milano la prima, la seconda e tutte le altre volte che ci ha giocato. Pur sapendo, in cuor suo, di essere un giovane, e poi meno giovane, poi vecchio saggio ma sempre profeta di una religione: il calcio. Così, da condottiero nel pieno della sua maturazione (da poco compiuti i 30 anni), il 10 giallorosso, guida la Roma che espugna sul campo (a tavolino vinse nell'87 per il petardo che stordì Tancredi) dopo vent'anni la Scala del calcio. Era stato Pruzzo, di testa su cross di Boniek sotto la curva milanista, il 23 marzo dell'86 - quando Totti non aveva nemmeno gli anni che sono scritti sulla sua maglia - a far esultare l'ultima volta Roma per aver battuto il Diavolo in trasferta. E pensare che nel corso degli anni furono proprio i rossoneri a tentare con più insistenza di convincere la famiglia Totti, prima, e poi il Capitano stesso a trasferirsi all'ombra del Duomo. Ma la casa è tutto.

L'11 ottobre del 2006 la Roma di Spalletti fa visita a un Milan in crisi, il vecchio amico Ancelotti è scuro in volto. Totti è schierato unica punta e insieme a De Rossi, capello corto e barba non pervenuta, trascina la Roma nell'impresa. Al 6' Panucci scende sulla fascia e, superata la metà campo, lancia in avanti verso Perrotta che viene anticipato da un difensore milanista. È Nesta. All'ex laziale forse tornano in mente i fantasmi di Paolo Negro e del dicembre 2000. Il suo assist volante e involontario per Taddei è perfetto. Stop di petto del brasiliano. In mezzo c'è Totti, Maldini – Maldini, eh – non sa che fare, se andare incontro al pallone e lasciare la marcatura o rimanere sul capitano giallorosso che altrimenti potrebbe comodamente attendere il pallone quasi all'altezza del dischetto del rigore, in mezzo all'area. Maldini è spaesato, lascia Totti e fa il passo verso Taddei. Il brasiliano ha appena messo giù la sfera, non gli resta che appoggiare morbidamente a pochi passi verso il compagno liberato. Francesco allora ritorna bambino, bambino campione. Geometra e brasiliano, un po' Euclide e un po' mago del pallone. La spiaggia di Sabaudia diventa Rio, Rodrigo è uno dei suoi vecchi amici delle partite d'estate sul litorale romano, le partite di noi tutti, giocate in mezzo a tempeste di sabbia e calore. Taddei, lob perfetto. C'è solo un modo per far gol e Totti lo sa, artista del compasso. Disegnare col vento la curva del pallone. In mezza rovesciata, possibilmente. Il destro trafigge Dida e la palla si perde dietro di lui, fermata solo dalle onde della porta rossonera. Un dito in bocca, il fasciacollo, lo sguardo, l'abbraccio con Perrotta. Nulla si può contro questa Roma, il Diavolo inaspettatamente vede le streghe.

Neanche la traversa presa da Seedorf al 22', né Gilardino che da due passi anticipa Chivu ma trova Doni. Al 37'arriva la seconda traversa con un sinistro bello e improvviso di Oliveira (preferito a Inzaghi, che poi segnerà pure, ma in fuorigioco - una volta tanto segnalato a Milano - nel recupero). La ripresa si apre con un gran destro di Totti che costringe Dida a una difficile parata, ma alla fine arriva il pareggio del Milan, all'11' con un gran tiro di Brocchi che raggiunge l'angolo basso alla sinistra di Doni. Un pensiero ci assale: sarà la solita zuppa? No.

La Roma ricomincia a macinare, al 16' entra un ragazzo sbarazzino, di quelli della Roma che conosco: è Alberto Aquilani (che rileva Perrotta) e per un attimo decide di fare Maradona con una giocata Magica come la Roma che avvia un'azione che non può che concludersi con un gol: al 38' Tonetto ruba palla a Seedorf, Aquilani sceglie la rabona – gli sarà venuto più facile – per aprire sulla sinistra per Mancini: cross al centro dell'area dove arriva Totti che di testa, come Pruzzo nell'86, deve solo spingere in rete. La corsa e le braccia alzate (il fasciacollo non c'è più) stavolta sono sotto il settore ospiti, che rimarrà a cantare ben oltre il 90', e poi giù, in ginocchio davanti alla bandierina del calcio d'angolo, sorridente, felice, a quattro di spade in attesa dell'abbraccio della squadra.

A mezzanotte, sì, usciamo a mezzanotte. Dal tempio. Quello stesso tempio che ha saputo riconoscere negli anni a questo numero 10 e lode, lo status di dio del calcio, restituendogli il rispetto di una carriera dalla quale ha avuto in cambio le sue prodezze che, pur mantenendo il marchio di fabbrica romanista, sono andate al di là dei colori, o meglio, sono diventate, come accade solo ai giganti, patrimonio di uno sport.