Simone Perrotta, ex calciatore della Roma, campione del mondo, uomo mai banale, marito e padre di due ragazzi, consigliere dell'Assocalciatore, vicepresidente del Settore Giovanile e Scolastico, proprietario di un centro sportivo e allenatore.Se potessimo descrivere un curriculum di un intervistato ideale in un momento come questo sarebbe il tuo.
 
«Non sono uno che parla tanto, ma faccio volentieri un'eccezione».

Il momento è difficile per tutti.
«Devo rispondere da padre, da consigliere Aic, da dirigente federale, da uomo?».

Proviamo a distinguere. Come padre abbiamo letto un tuo articolo scritto sul Messaggero nei giorni scorsi che ci ha colpito molto. Parlavi delle nuove abitudini dei tuoi figli ma anche del timore che il distanziamento sociale diventi un distanziamento naturale anche quando saremo fuori dall'emergenza.
«È una cosa che mi fa riflettere parecchio. L'unica cosa positiva è che ci possiamo fare forza uno con l'altro perché è un'esperienza che stiamo vivendo tutti».

È anche diventato difficile credere a qualcuno. Chi ha ragione? Scienziati che ci dicono di restar chiusi, altri scienziati che ci dicono che presto sarà tutto finito, politici che navigano a vista, i complottisti che non mancano mai...
«Ecco, i complottisti mi ammazzano proprio. L'ultima intervista del medico indiano, il dottor Shiva, mi ha steso. A chi devi dare retta? Ogni teoria se vai su internet trova una giustificazione».

Finiremo per rimanere ostili uno con l'altro?
«E torniamo al distanziamento naturale. L'altro giorno mi è venuto a trovare un amico per consegnarmi un prodotto, lo stavo per abbracciare, poi mi sono fermato e ci siamo guardati, fermi, increduli. Questa sensazione ci rimarrà addosso a lungo, temo».

I tuoi figli quanti anni hanno?
«16 e 10. Forse quello di 10 la vive meglio. A lui la quarantena non dispiace. Non va a scuola, fa lezione a casa, a pranzo si gode i manicaretti della mamma e invece prima mangiava a scuola, poi gioca alla play, gli manca il calcio ma mi ha detto che in giardino se palleggia con me si diverte lo stesso. Il grande invece tra un po' non lo tengo più. Mi ha detto che se il 4 maggio potrà davvero uscire andrà a fare il giro di tutti i suoi amici, senza entrare a casa, per carità, ma suonando a tutti al citofono per salutarli».

Tu da quanto non esci?
«Dall'11 marzo sono uscito due volte per fare la spesa: prima di Pasqua e ieri. E quando sono uscito mi ha fatto uno strano effetto. Con il bombardamento dei telegiornali con la televisione sempre accesa siamo suggestionati. Quando usciremo sarà complicato davvero».

Dovremo conviverci.
«Prima che sul vaccino spero si possa far affidamento sui farmaci. Mia mamma è immunodepressa, per esempio. Mio fratello sta con lei, ma quando uscirà per lavorare, lui ha un'azienda di caffè, sarà complicato tornare a casa».

Hai pensato a quando tornerai nel centro sportivo che gestisci con Max Tonetto?
«A settembre forse ci faranno ripartire. Ma dovremo tenere aperta una sola entrata e installare un arco passando sotto al quale vieni sanificato per 24 ore. Credo che ogni esercizio commerciale aperto al pubblico dovrà averne uno. Passando lì sotto si toglierà il virus almeno dagli abiti. Cambieranno le nostre abitudini, come negli aeroporti dopo l'11 settembre».

A pensare a quel milione di persone che ballavano con voi e con la Coppa del Mondo al Circo Massimo nel 2006...
«Mamma mia. A pensarci, una follia. Ma era la nostra normalità».

Com'era la tua vita da uomo impegnato prima del Covid?
«Cambiava giorno per giorno per gli impegni con le scuole calcio Aic in giro per l'Italia, a seconda dei luoghi da raggiungere. Nei giorni in cui non avevo impegni fuori Roma, mi svegliavo per portare il figlio piccolo a scuola, mi dedicavo al centro sportivo e alle riunioni al Settore Giovanile Scolastico o per l'Assocalciatori. Sempre tante cose da fare. Mi piace quello che faccio».

Il tuo impegno è rivolto sempre ai più giovani.
«Sì, alleno anche un gruppo under 16 provinciale, gestisco con Max la scuola calcio e in più ho il lavoro da dirigente. Mi piace prendere queste responsabilità nei confronti dei più giovani, credo ce ne sia particolarmente bisogno».

La figura dell'allenatore in alcuni casi sostituisce o integra quella paterna o materna.
«Lo sport è un magnifico educatore per la vita di un ragazzo. Quando vedo un allenatore che urla a un ragazzino che sbaglia un passaggio divento matto. C'è ancora troppa ignoranza in giro. Puoi trasmettere valori importanti con il calcio. In certe famiglie i genitori non hanno neanche più tempo da dedicare ai figli, almeno prima del Covid era così. Se un allenatore non avverte il peso di questa responsabilità è un cretino. Se, almeno in certe categorie, metti fuori squadra quello più scarso per vincere una partita, sei un cretino. Poi a più alti livelli è giusto esaltare il fattore agonistico».

A proposito, ma con questi protocolli quando si tornerà a giocare sui campi dei settori giovanili dilettantistici?
«Ce lo chiediamo quasi ogni giorno con Vito Tisci (presidente del Settore Giovanile e Scolastico della Figc, ndr). Abbiamo fermato finora i campionati professionistici fino all'Under 18. I dilettanti stanno aspettando perché poi nei campionati dove ci sono le categorie, le promozioni e le retrocessioni, c'è lo stesso problema che c'è tra i professionisti. Ma una cosa è certa: se i dilettanti dovranno sottoporsi ai protocolli medici giustamente studiati dalle commissioni non ci starà dentro nessuno. Arrivo a pensare che sarebbe addirittura una soluzione migliore fermare tutto per un anno intero, fino a settembre 2021».

Sembra una provocazione, ma immagino che tu lo dica anche da imprenditore del settore.
«Appunto ti dico che nessuno può starci dentro. Io e Max abbiamo investito tanti soldi per questa avventura e già sapevamo che, per bene che sarebbe andata, ne avremmo ripresi pochi per volta perché i costi, oltre alle strutture che abbiamo decisamente migliorato, sono alti e i ricavi bassissimi. Se dobbiamo ulteriormente aumentare i costi e inevitabilmente caleranno i ricavi, perché saranno di meno le persone disposte a fare sport con questi rischi, sarà impossibile. Sarebbe la paralisi di tutto il settore, ma nessuno si indebiterebbe di più».

Certo, a pensare che all'inizio il tuo amico, collega ed ex compagno di squadra Damiano Tommasi era solo in questa battaglia fa un certo effetto. Eppure, a parte i calciatori che gli sono molto affezionati, dal mondo del calcio forse non riceve gli attestati che merita.
«Non è una novità. Io sarò di parte, ma difficilmente ci sarà un dirigente competente, colto, attento, preciso nell'esposizione, diretto e preparato come lui. Non viene trattato bene, e non c'è motivo. È un bersaglio facile, dà troppo fastidio. Già la sua candidatura a presidente federale non venne accolta bene. Tanti si sono accaniti contro di lui. Se dovesse uscire da questo mondo perderemmo tutti una mente brillantissima. Anche la tua categoria non lo ha trattato come merita».

Noi titolammo in prima nei giorni della sua candidatura "Il nostro presidente", ma poi riconoscemmo a Gravina lo spessore per poter svolgere bene il suo ruolo.
«Ovviamente il mio era un riferimento generale, ricordo bene gli articoli di quei giorni».

Mi ha incuriosito un po' in questo senso l'avvio della campagna elettorale che sta facendo il candidato Marco Tardelli. Sbandiera i bilanci dell'Aic come per rimproverarvi di avere soldi che non mettete a disposizione della categoria...
«Guarda, Tardelli è stato mio allenatore nell'under 21, non voglio criticarlo. Ma è certo che quando si fanno certi titoli... Uno è riuscito a dire nel corso di una trasmissione: "Scandaloso, guardate i soldi che ha l'Aic. E non li vuole spendere". Ma come?, dico io. Ora avere un bilancio in attivo e poter contare su fondi che adesso serviranno per la categoria è diventato un motivo di scandalo? Una volta era considerato delittuoso mandare in rosso i conti. Proprio perché stanno in bilancio significa che stanno lì, pronti al disinvestimento, a disposizione delle necessità che saranno decise proprio dai calciatori. Non so che pensare, Tardelli fa la sua campagna. Ma questo è fango, è polemica senza senso. In A i calciatori con gli stipendi non avranno troppi problemi, in B di più, in Lega Pro sarà un gravissimo problema».

Oltretutto Damiano è in scadenza di mandato.
«Appunto, ha voluto proprio lui il limite dei mandati quando è stato eletto dopo la lunghissima presidenza Campana. Questa governance ha fatto cose importantissime per i calciatori, dall'obbligo del rispetto per i contratti alle liste dei giovani in Lega Pro».

Chi si contrapporrà a Tardelli?
«Il candidato ideale per me resta Umberto Calcagno, compagno di battaglie di Damiano».

E Tommasi che farà?
«Per egoismo spero che resti nell'associazione. È troppo importante per il nostro mondo, potrà continuare a sostenere Umberto. Se invece vincesse Tardelli immagino che si porterà i suoi uomini e questa gestione sarebbe finita».

Le partite dei grandi prima dell'emergenza Covid ti appassionavano ancora?
«Devo dirti la verità. Poco e solo la Roma, con mio figlio. Ci accomuna questa passione. Poi magari solo la bella partita di Champions. Ma oggi preferisco le partite dei ragazzi».

Strano per uno col tuo passato.
«E ne sono orgogliosissimo. Sono felice per quello che ho realizzato, per la carriera che ho fatto, per le soddisfazioni che ho avuto. Ma ho deciso di voltare pagina, pur restando nel mio mondo. Da consigliere federale ho anche capito molte cose, oltre a completare il mio curriculum sportivo».

Il famoso palazzo...
«Anche qui, ne sono rimasto un po' deluso. Non avevo idea di cosa fosse, purtroppo ho capito che contano soprattutto le dinamiche economiche. Di ogni idea, di ogni progetto, chiedevano solo la sostenibilità economica o magari la copertura di un certo interesse. Che è giusto, per carità. Ma non c'era mai il giusto equilibrio. E nessuno parlava di calcio. A me nessuno chiedeva mai niente. Neanche dopo il disastro mondiale. Ma è normale? Per me non era normale. Sono contento di non essere più in Consiglio, ci sono stato cinque anni e ogni volta dicevo a Damiano: "Ma che ci vengo a fare io qui?". Ora mi occupo dei ragazzi, preferisco così».