Andrea Ferretti ha un curriculum lungo così, ma per gli sportivi italiani è soprattutto uno degli storici medici della Nazionale di calcio. Attualmente è direttore del dipartimento di ortopedia dell'ospedale Sant'Andrea, responsabile dell'area medica della Federcalcio e membro della commissione istituita dalla Figc proprio per affrontare l'emergenza del Coronavirus.

Professor Ferretti, anche la sua vita è cambiata da quando in Italia è entrato questo virus?
«Purtroppo sì, io sono al Sant'Andrea, e fin dall'inizio questo ospedale è stato dedicato all'assistenza ai malati Covid-19, il che ha concentrato gran parte delle attività ospedaliere su questa patologia».

Nella comunità scientifica non ci sono ancora certezze sulle conseguenze che il virus lascia sugli ammalati.
«Esatto, nessuno ancora conosce l'impatto a medio e lungo termine del virus sui vari apparati, per primo quello respiratorio, ma anche quello cardiocircolatorio, ne parlavo proprio con il professor Zeppilli che è anche a capo della commissione medico scientifica nominata dalla Federcalcio e di cui faccio parte anche io. Se questa compromissione è temporanea, e quindi solo relativa al periodo di virulenza effettiva, oppure si possa anche manifestare nel medio o lungo periodo ancora non si sa, non c'è un'esperienza consolidata soprattutto nel mondo occidentale, che è quello a cui si fa riferimento».

In questo senso chi deve attestare l'idoneità potrà avere qualche dubbio da superare in più? Non sarà facile prendersi la responsabilità.
«Già attualmente abbiamo fissato test e parametri, altri ne verranno approntati dopo che avremo una maggiore e più consolidata esperienza. Ma dobbiamo avere piena fiducia nella capacità dei medici e degli strumenti di cui si avvalgono per determinare la ripresa anche di coloro che fossero stati colpiti».

I protocolli forniti dalla Federmedici sportivi daranno ampie garanzie.
«Quei protocolli saranno adattati al calcio proprio dalla nostra commissione. Ho ampia fiducia che si arrivi a un protocollo che garantisca gli atleti. Nella commissione c'è anche un medico rappresentante dell'Assocalciatori. Da questo lavoro verrà la sintesi migliore».

Una delle domande più abusate in questi giorni è sui tempi di ripresa. È davvero possibile tornare a giocare a maggio?
«Il tema della riunione che abbiamo avuto proprio oggi in commissione relativamente al tema riguarda soprattutto i modi di ripresa, più che i tempi. Al momento attuale sembra, e lo dico con molta prudenza, che la curva epidemiologica sia nella famosa fase della curva piatta. Quando comincerà a scendere, ci aspettiamo che scenda rapidamente e a quel punto si potranno fare previsioni ragionevoli, come ci dicono i componenti del comitato tecnico scientifico del governo. Dare date in questi giorni è esercizio quanto mai fuorviante».

E quando legge le date sui giornali che effetto le fa?
«Immagino che si intenda che si può ragionare su un certo orizzonte temporale, che escluda ad esempio il prima di ogni data fatta. Ma se la curva piatta dura due giorni o due settimane non lo può sapere nessuno. Quando svuoteremo gli ospedali e le terapie intensive si potranno fare ipotesi più accurate. Ma per quello che vedo ancora tutti i giorni in ospedale non è una situazione facile. In questo momento un po' di preoccupazione c'è ancora, non glielo nascondo».

Ci sarà un giorno in cui nella fase 2 potremo considerare i contagiati come infortunati? E quindi senza pregiudicare, al netto degli ovvi controlli, l'attività dei compagni di squadra?
«Questo sarà la cosiddetta storia naturale della malattia e dei guariti a dircelo. È difficile fare previsioni, io per lo meno non mi avventuro. Magari giornalisticamente sarà poco impattante...».

No, anzi, lei è medico. Sembra più impattante di chi dice che si possa tornare a giocare presto.
«Ma io capisco la speranza. I dati stanno migliorando, a parte quelli di Milano e della Puglia. Se questo trend comincia a diminuire seriamente, la Federcalcio è pronta a ripartire immediatamente, questo possiamo dirlo. Ma non possiamo nascondere che gli ospedali sono pieni di malati e che i contagi ancora aumentano. Poi ci sono persone più esperte di me che diranno quando si potrà ricominciare, senza mandare allo sbaraglio nessuna categoria professionale. Il rischio zero non ci sarà mai, ma dovremo ridurlo al minimo».

E la questione dei tamponi che dovranno saltar fuori per i calciatori quando non si trovano per i malati che poi muoiono?
«Non ci saranno protocolli astratti, saranno calati nella realtà, si baseranno su esami realizzabili per i calciatori come per ogni altra categoria professionale che sarà chiamata a tornare al lavoro. Non ci potranno essere categorie privilegiate».

I protocolli per tornare a giocare varranno anche per i dilettanti? Se è vero che le visite mediche di idoneità costeranno 2000 euro l'uno, i dilettanti si scordino di tornare in campo almeno a breve termine.
«Ma il calcio dilettantistico al momento è stato stralciato dall'urgenza: quella resta un'attività ludica, per il calcio professionistico parliamo di lavoro. Il calcio dilettantistico sarà riconsiderato nell'ottica delle normali attività umane che dovranno riprendere, come andare al cinema o a teatro. Altrimenti devo pensare che la nostra vita verrà sconvolta addirittura per anni. Mi auguro che non sia così».

E i presidenti di federazione di rugby e basket che hanno stoppato tutto hanno fatto male?
«Avranno fatto le loro valutazioni, e saranno differenti da quelle calcistiche. Peraltro sono federazioni rette da dirigenti di straordinaria esperienza. Noi dobbiamo fidarci di chi guida i settori».

Sembra però che il calcio pretenda di dettare i tempi.
«Ma non c'è tutta questa fretta. Si è parlato anche di sforare i tempi canonici della stagione. Anche l'Uefa lo ha detto. Si ricomincerà solo quando si potrà. Magari ci si accavallerà con la prossima stagione e poi ci si rimetterà in pari con il Mondiale del 2022...».

L'ultima, professore: a lei che fa parte del mondo del calcio ma ha anche la sensibilità di un medico impegnato in prima linea, che effetto fa sentir dire che il calcio è un mondo di privilegiati lontano dal paese reale?
«Credo sia la visione di chi pensa solo ai supercampioni che guadagnano cifre esorbitanti. Ma il calcio non è solo quello. È tutto quello che muove intorno. Penso anche al suo mestiere, lei è un giornalista sportivo, no? E penso anche a tanto altro. È un discorso che fa presa, ma consideriamo tutto. La crisi del calcio professionistico sarebbe un altro dei settori che se andasse in crisi costringerebbe il governo ad intervenire. Sarebbe un altro grave problema economico».