Non tutto il mondo è paese. L'attuale emergenza smentisce anche i luoghi comuni più radicati. E così succede che in Belgio, proprio dove hanno sede i maggiori organismi comunitari, la situazione sia affrontata in maniera poco uniforme rispetto al resto del continente. Nella vita sociale come nello sport. Regole più permissive in strada rispetto all'Italia, decisioni più drastiche nel calcio, che ha già decretato il suo stop definitivo per questa stagione.

Una testimonianza diretta ce l'ha fornita Andrea Pucci, uno dei tanti italiani che lavorano a Bruxelles: consulente legale di "Medicines for Europe", l'associazione che rappresenta i produttori di farmaci generici. «Come misure qui sono partiti in ritardo rispetto all'Italia - racconta Pucci - fino a due settimane fa era ancora tutto aperto e il governo minimizzava. Una volta compresa la gravità della situazione, si è stabilito di implementare lo smart working, di mantenere le distanze di sicurezza e di seguire i consigli del personale sanitario. La sostanziale differenza rispetto al nostro Paese è che qui non hanno varato alcun tipo di autocertificazione. La polizia si limita a controllare e sanzionare eventualmente le uscite di più persone che non vivono vicine».

Un atteggiamento molto più morbido di quello che ormai siamo abituati ad avere dalle nostre parti. «I parchi sono aperti, un clima insolitamente mite favorisce le uscite delle persone purtroppo. Io mi sono chiuso dentro casa una settimana prima che fossero emanati i primi provvedimenti ufficiali, conoscendo bene la situazione italiana. Con il passare dei giorni, la realtà sempre più drammatica (fino a qualche ora fa il Belgio deteneva il tragico primato della più giovane vittima da Covid-19, una bambina di 12 anni) ha indotto il governo a un maggiore rigore. «Anche qui i numeri salgono: siamo a 15mila positivi e mille morti, in una nazione di gran lunga meno popolosa dell'Italia (11 milioni circa di abitanti, ndr), tanto che le misure restrittive sono state prorogate dal 5 al 18 aprile, ma voci molto attendibili dalle istituzioni parlano di un ulteriore posticipo al 3 maggio. Dovrebbero perfino costituire un ospedale da campo nei pressi del Parlamento europeo».

E lo stesso calcio ha improvvisamente virato sulla strada della rigidità, superando e distanziando in breve gli altri campionati continentali. Il board esecutivo della Jupiler Pro League  ha proposto la fine anticipata del torneo, assegnando il titolo al Bruges, in testa alla classifica al momento della sospensione. «Una scelta che mi ha sorpreso - rivela Pucci - perché fino a pochissimi giorni fa non sembrava esserci la percezione del momento, o quantomeno della sua gravità. Ora inizia a essere assimilata da tutti, anche nello sport. Eppure la decisione della Lega calcio belga credo abbia avuto più clamore all'estero che qui: su uno dei principali siti d'informazione, la notizia non è nemmeno in apertura. Gli stessi dirigenti del Bruges, a cui sarà assegnato il titolo (la ratifica dei club è stata fissata per il 15, ndr), per ora hanno evitato di esprimersi ufficialmente, così come quelli delle altre squadre qualificate per le prossime coppe europee. I pochi esponenti calcistici che hanno commentato hanno usato toni molto pacati, ammettendo che lo stop anticipato causerà sicuramente danni economici, ma bisogna far prevalere la tutela della salute rispetto agli interessi di parte dei club».

Un panorama lontano anni luce da quello visibile in Italia, dove continua a essere pressante l'idea di riprendere e si tenta quotidianamente o quasi di azzardare date utili. «In Belgio le polemiche sull'argomento sono prossime allo zero e da quanto si evince anche il provvedimento non dev'essere stato frutto di lunghissime discussioni fra società e istituzioni sportive, ma al contrario accettato di buon grado più o meno da tutti».