Il calcio italiano prova a reinventarsi facendo fronte alla crisi in tempi di Coronavirus. Fronte non comune da quanto trapela, con schieramenti ormai definiti. Da un lato Lotito e i suoi sodali, dall'altro il resto della ciurma. Il primo sempre deciso a insistere nel fissare date per la ripresa, quantomeno degli allenamenti. Ma con un seguito che si assottiglia ogni giorno. La maggior parte dei club di Serie A sul versante opposto, convinti dall'evidenza che in questo momento non si possa fare altro che attendere sviluppi in campo sanitario. In mezzo le istituzioni calcistiche, che tentano di conciliare la tutela della salute con le esigenze dei club. Che in questa fase sono principalmente di natura finanziaria. Ieri la Lega ha consegnato a via Allegri la relazione stilata nei giorni scorsi con la consulenza di Deloitte, un documento programmatico che Gravina si è fatto carico di presentare al Governo, dopo averlo uniformato con quelli inviati dalle altre leghe (alle prese con danni meno ingenti rispetto alla massima serie, ma anche con mezzi differenti che li rendono più complicati da risanare) ed emendato con le tematiche di natura strettamente federale.

L'aspetto economico

Tutti stanno perdendo soldi con lo stop attuale. Nazionale compresa, che dovrà rinunciare agli incassi delle amichevoli annullate e agli emolumenti che sarebbero derivati dalla partecipazione all'Europeo posticipato. Va da sé che i disavanzi più elevati riguarderanno la A: spese più ingenti, guadagni a cui rinunciare più cospicui. Motivi alla base dell'ostinazione nel voler comunque chiudere la stagione, ormai ben oltre la deadline del 30 giugno. E che hanno spinto a chiedere all'esecutive una serie di misure per evitare che tutto il sistema finisca sull'orlo del baratro. Ritocco alla legislazione (Melandri e stadi nello specifico); sgravi fiscali di vario genere; ripristino di sponsorizzazioni legate ai provider di scommesse; possibilità di decurtazione agli stipendi dei tesserati: questi in sintesi i punti proposti dai club. Che vanno avanti nella speranza di limitare danni che si annunciano apocalittici in caso di fine anticipata (oltre settecento milioni). Ma divisi sulle modalità, a partire dal futuro (più o meno) prossimo del campionato. Negli attuali precari equilibri, il ruolo - non semplice - di guida imparziale spetta a Gravina. «La realtà esige provvedimenti che rispondano ai criteri della solidarietà e della sopravvivenza del calcio - ha detto in un'intervista a Il Giornale - Per la ripresa andrebbe bene anche il 20 maggio». Ma la recente ipotesi playoff va tramontando: «Era una mia proposta, non ha riscosso successo e ne ho preso atto».