Il presidente della Figc Gabriele Gravina ha commentato la situazione che sta coinvolgendo il calcio italiano e l'emergenza coronavirus. Aspettando degli aggiornamenti per quel che riguarda l'ipotesi di stop di 30 giorni a tutte le manifestazioni sportive, il numero 1 della Federcalcio ha rilasciato un'intervista al Corriere della Sera. Ecco le sue parole.

Sul giocare a porte chiuse.
"Le porte chiuse mortificano valori come la condivisione e la gioia dell'evento sportivo. Ma il calcio non può più fermarsi. Dobbiamo andare avanti, rispettando le ordinanze. Non abbiamo ricevuto ancora nessuna indicazione, ma ci adegueremo nel rispetto dell'interesse generale. Dobbiamo andare avanti seguendo le direttive del governo".

Unità d'intenti per risolvere i problemi.
"Ho rinnovato l'invito all'unità e al senso di responsabilità, sia all'interno della Lega che all'esterno. Solo stando tutti insieme si risolvono i problemi e si cresce. E' proprio con questo spirito che in estate avevamo chiesto di anticipare l'inizio della Serie A di una o due settimane. Se la Lega ci avesse dato retta non ci saremmo trovati in questa situazione".

La Lega e il calcio italiano stanno gestendo male l'allarme coronavirus?
"Parliamo di uno sport che alimenta passioni e interessi fuori dal normale e che qualche volta finisce vittima di se stesso. Ma rappresenta una componente essenziale del Paese sia a livello sociale sia economico. Siamo stati seri nella discussione con il governo e non è vero che il calcio non ha a cuore la salute pubblica e gli interessi generali".

È vero che si è offerto di intercedere con l'Uefa per avere lo stadio Olimpico a disposizione per un'eventuale finale di Coppa Italia il 20 maggio?
"Ho rappresentato un'esigenza del Paese. Siamo in emergenza, ma ne verremo fuori meglio di prima grazie al contributo di tutti. Proveremo a giocare la finale di Coppa Italia a Roma, sarebbe uno straordinario messaggio di ripartenza".