Il trionfo di Roberto Mancini non sta solo nelle cifre sia pure impressionanti che lo accompagnano: quella di domenica è stata la sua 39ª gara da commissario tecnico della nazionale, tecnicamente con l'Inghilterra è stato il nono pareggio, con 28 vittorie e appena due sconfitte. Le gare utili consecutive sono diventate 34 (27 vittorie, 7 pareggi, l'ultimo ko contro il Portogallo, 10 settembre 2018: nessun ct ha mai fatto meglio e ha nettamente la media migliore). Di più, nella storia, possono dire di aver fatto di più solo i tre ct che hanno vinto i quattro mondiali: Pozzo, Bearzot e Lippi. Ma tra 16 mesi Mancini potrebbe tentare l'impossibile, avvicinarsi a Pozzo e staccare gli altri due e anche Valcareggi, l'unico che finora aveva vinto un campionato europeo per nazioni. Ma già così Mancini si è meritato 10. Con la lode della finale. Perché vincere un Europeo dominando in casa dei più talentuosi avversari è stata la parte migliore dell'impresa.

1: la scelta filosofica

Il primo merito del Ct è quello di aver cambiato strada rispetto al suo predecessore, dopo il disastro mondiale con la Svezia. Presentato alla stampa il 15 maggio del 2018 usò parole semplici: «Voglio impegnarmi per riportare l'Italia dove deve stare, una nazionale nuovamente vincente. Lavoreremo sulla qualità, voglio riavvicinare i tifosi all'azzurro. Vincere è più facile se giochi bene, ci proveremo». Ecco, ci è riuscito.

2: lo staff

Mancini non ha scelto collaboratori solo bravi nei loro rispettivi compiti, ma ha guardato prima alla loro qualità umana. Ha richiamato tutti i vecchi amici, da Vialli a Lombardo, da Oriali a Evani, da Salsano all'ultimo arrivato, quel Daniele De Rossi alla sua prima esperienza che ha garantito col suo fascino ancora da calciatore quella vicinanza ulteriore al gruppo che è stata avvertita in ogni allenamento.

3: il rinnovo

Per evitare quello che era già accaduto in passato ad alcuni dei suoi predecessori, Mancini ha rinsaldato la sua collaborazione con la Figc prima che questi Europei avessero inizio, l'annuncio è stato dato a metà maggio. Segno che il ct credeva davvero nel suo ruolo e bravo Gravina a tutelarsi puntando su un uomo di cui si fidava mettendo comunque la Federazione al riparo da qualsiasi sorpresa (immaginate oggi quanti club di primissima fascia potrebbero offrire il mondo a Mancini).

4: i convocati

Sin dalla prima scelta Mancini è stato chiarissimo con i suoi uomini. Aveva tenuto una porta aperta per Zaniolo, ma quando ha capito che non ce l'avrebbe fatta gliel'ha comunicato subito e senza accampare storie: «Ho un debito nei confronti di chi ha conquistato la qualificazione». Ha aspettato anche Pellegrini, ma poi ha capito che avrebbe dovuto farne a meno e ha chiamato Pessina. E ha gestito il ballottaggio Toloi-Mancini con fermezza e trasparenza.

5: la gestione degli infortuni

Chiellini si è infortunato la seconda partita, ma è uscito in tempo utile ad evitare la lesione muscolare. Mancini sapeva di poter fare a meno di lui per qualche partita ma sarebbe stato fondamentale per le ultime, qualora ce l'avesse fatta ad andare avanti. Così è stato. Ha aspettato Verratti anche quando le pressioni per confermare Locatelli e Pessina sono state fortissime, ma non ha battuto ciglio: aveva puntato sul doppio play con Jorginho e così è arrivato al trionfo finale. E quando è stato Florenzi a dare forfait, ha dato fiducia a Di Lorenzo che si è preso il posto e non lo ha mollato più.

6: la comunicazione

È passata un'intera rassegna senza una polemica, una frase sibillina, un messaggio ai naviganti. Solo concetti positivi, solo rinforzi alla squadra, solo espressioni vincenti. Le brevissime conferenze di Mancini potrebbero diventare un modello per molti altri allenatori, convinti di dover conquistare le partite prima a parole e poi sul campo.

7: gli schemi offensivi

Se l'Italia ha vinto gli Europei lo deve al calcio d'angolo che ha permesso a Bonucci di segnare il goal del pareggio, attraverso la torre di Cristante, liberato sul primo palo ad aprire la porta addirittura a tre giocatori, prima Chiellini (steso da Stones), poi Verratti (su cui Pickford aveva fatto un miracolo deviando sul palo) e poi, per l'appunto, Bonucci, un falco dentro l'area di rigore. Sul calcio piazzato l'Italia aveva segnato anche con il Galles, sbloccando con Pessina la partita meno sentita di questi Europei. Il contributo del mago degli schemi Gianni Vio è stato fondamentale.

8: la coerenza

Evitando le pericolose parabole verbali in cui spesso si incartano i suoi colleghi, non c'è il rischio che Mancini possa mai passare per un integralista. Eppure ha cominciato l'avventura con la nazionale con il 433 e con il 433 è arrivato fino alla fine, passando solo per un estemporaneo 352 nella partita con la Svizzera. Tu chiamala, se vuoi, semplicemente coerenza.

9: la fase difensiva

Fare gol a Donnarumma si è rivelata un'impresa quasi impossibile. Durante gli Europei è stato aggiornato il record di imbattibilità (1168 minuti), ma soprattutto si è chiusa la manifestazione con due soli gol subiti su azione, entrambi in ripartenza, contro Spagna e Inghilterra.

10: la disciplina

In un campionato come questo, chi evita i cartellini inutili è già un passo avanti. Mancini è riuscito anche in questo. La sua nazionale è stato un modello di disciplina sul campo, con gli arbitri, con gli avversari e con il pubblico. Lontani i tempi di Pellè (Pellè!) che uscendo si rifiutava di dare la mano a Ventura. Lontani anni luce.