Luis Sepúlveda è volato via, come la sua gabbianella. Ha osato farlo di mattina per darci tutto il tempo di metabolizzare la sua scomparsa. Un grande uomo, un artista, attivista ma soprattutto un creatore di bellissimi sogni «irrinunciabili, ostinati, testardi e resistenti» come amava definirli, di storie fantastiche e aneddoti senza tempo. Amava il calcio della sua terra adottiva, la Spagna, definendosi un tifoso sentimentale; lo Sporting Gijon fra tutti, squadra della sua città, che associava alla resistenza partigiana, l'immensa stima per Pep Guardiola, definito «raffinato e colto» e Marcelo Bielsa, «il miglior allenatore al mondo». Una passione mai nascosta per la Roma rivoluzionaria di Zeman: «Il mio cuore batte per lei, dopo lo scudetto ci fu una festa che riportò l'allegria» scriveva nella raccolta "Una sporca storia".

Si è spento, lasciando tutti attoniti, dopo aver contratto il Covid-19, all'ospedale di Oviedo, dove era ricoverato ormai da diverse settimane in gravi condizioni. Lo scrittore cileno, di nazionalità francese ma residente a Gijon, aveva presentato i primi sintomi al rientro da un festival letterario (Correntes d'Escritas) a Póvoa de Varzim, una cittadina della Costa Verde in Portogallo, diventando il primo caso accertato nello stato lusitano. Nonostante alcuni segni di miglioramento, che avevano fatto sperare in un decorso positivo, la malattia, subdola, ha portato via anche l'ultimo dei combattenti.

Nato a Ovalle (Cile), il 4 ottobre 1949, famoso in tutto il mondo per la sua attività letteraria, ha vissuto appieno una vita ricca di eventi e colpi di scena tanto da poter considerare questo sfortunato contagio l'ennesima situazione difficile nel suo cammino. Lasciò il suo Paese dopo una fervente attività politica nel partito socialista e nella guardia personale di Salvador Allende, conclusasi con l'incarcerazione da parte del regime di Augusto Pinochet, dopo il colpo di stato del 1973. Venne chiuso per sette mesi in una cella larga cinquanta centimetri e lunga un metro e mezzo, così da non potersi alzare in piedi. Sarà liberato da Amnesty International commutando la condanna a morte con un esilio di otto anni. Deciderà di passare questo tempo in Brasile, in Paraguay e in Ecuador dove parteciperà alla spedizione dell'UNESCO dedicata allo studio dell'impatto della civiltà sugli Indios, vivrà così sette mesi in Amazzonia, esperienza che lo arricchirà e sarà alla base di uno dei suoi più grandi capolavori nonché primo romanzo: "Il vecchio che leggeva romanzi d'amore". Dopo aver fatto parte delle brigate internazionali di Simon Bolivar e combattuto per la libertà dei popoli dell'America latina, aver vissuto ad Amburgo e fatto parte di Greenpeace, dal 1996 viveva a Gijon, in Spagna. Amatissimo dai lettori italiani ha pubblicato diversi romanzi e libri di viaggio tra i quali spicca "Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare", una favola semplice e diretta, una perla da custodire e da cui trarre esempio, che ci lascerà per sempre in dono le sue parole. Grazie Luis, di tutto. Ci rialzeremo e voleremo, di nuovo e ancora. Perché "Vola solo chi osa farlo", ce l'hai insegnato tu.