Presidente del Roma club Montecitorio, Paolo Cento non ha mai nascosto né il suo amore per i colori giallorossi, né la sua vicinanza alle frange più calde del tifo. Sottosegretario all'Economia del governo Prodi, è stato tra i promotori di "Sinistra, Ecologia e Libertà". Dopo la conclusione dell'esperienza da parlamentare, coniuga l'impegno politico con l'attività professionale di conduttore e giornalista radiofonico.

Come diventi tifoso della Roma?
«Come gran parte dei tifosi, l'amore per la Roma è un'eredità di mio padre che mi ha portato allo stadio da quando avevo cinque anni. Le prime partite le ho viste dalla Tribuna Tevere non numerata».

Qual è stata la tua prima partita?
«La prima che mi ricordo è un Roma-Juventus 0-3 con tripletta di Haller sotto una pioggia incessante. Avevo intorno ai dieci anni. Non è stata la mia prima partita ma la considero il mio battesimo perché è da quella partita che ho capito cosa significa essere romanista».

Cos'è per te la Roma?
«È la compagna di una vita».

La partita della tua vita?
«Beh, quella dello scudetto del 1983: Genoa-Roma 1-1 con il gol di Pruzzo. Ero a Marassi e fui tra i primi a entrare in campo al fischio finale dell'arbitro. La considero la partita della mia vita per quello che ha significato per me. Ricordo pure Roma-Parma del terzo scudetto. L'Olimpico era impressionante. Se avessimo tirato uno spillo non sarebbe caduto a terra. Del secondo scudetto, ricordo con piacere anche Pisa-Roma 1-2. Fu una partita fondamentale, dove andammo a riprenderci lo scudetto dopo lo scivolone interno con la Juventus».

Quale consideri il giocatore più forte che hai visto con la maglia della Roma?
«Totti mi sembra una risposta scontata. Però non posso non ricordare Falcao, che ha cambiato la storia della Roma. In un ipotetico podio ci metto anche Francesco Rocca».

E, invece, chi era il tuo idolo?
«Anche qui dire Totti è scontato. Però, visto che stiamo ripercorrendo la mia storia romanista, il nome che mi vene in mente è quello di Valerio Spadoni. È stato un giocatore che mi faceva sognare».

La partita che ti ha fatto più soffrire?
«Pure qui risposta facile: Roma-Liverpool, la finale di Coppa dei Campioni persa in casa ai rigori. Rimasi inchiodato in Curva Sud, immobile e in silenzio. Fu una tragedia sportiva enorme, mi sentivo come se mi avessero tolto una parte del corpo».

Qual è l'avversario che soffri di più?
«La Juventus. Sono della generazione cresciuta con Dino Viola che lottava contro lo strapotere del Nord. Quella del gol annullato a Turone e che ha vissuto quello scontro come un conflitto personale».

E tra i giocatori chi ti faceva più paura?
«Paura mai, ma ho avuto la fortuna di vedere tanti grandi calciatori. Per rimanere con la Juve, uno di quelli che sapevo che ci avrebbe potuto fare male era Del Piero. Ma se devo dire un nome, dico Van Basten. L'abbiamo forse dimenticato troppo presto, ma era un fenomeno».

E, invece, la partita che ti ha reso più orgoglioso di essere tifoso?
«Sempre quell'anno e sempre in Coppa dei Campioni. La rimonta contro il Dundee fu un qualcosa di speciale. Vincere 3 a 0 dopo aver peso 2 a 0 e guadagnare la finale fu una gioia enorme. Al di là del valore dell'avversario, quella partita ci convinse della grandezza della squadra. Tutti eravamo convinti che avremmo vissuto qualcosa di storico. Più recentemente, il 3 a 0 al Barcellona è una partita che ha dato una grande soddisfazione, purtroppo rimasta isolata. È stata una dimostrazione di grande forza. La sensazione che ebbi fu quella di vivere un miracolo, più grande del precedente perché inaspettato».

Cos'è per te la Curva Sud?
«Amore puro. È la prima cosa che guardo quando entro allo stadio. Ci sono cresciuto dentro. Posso dire con orgoglio che ero presente quando venne srotolato per la prima volta lo striscione del Cucs, il Commando ultra Curva Sud. Ricordo il tifo, i colori, i tamburi, i megafoni, le trasferte. La curva ti dà un senso di appartenenza. Per questo non comprendo quando si mettono sempre sul banco degli imputati i tifosi delle curve, che rappresentano l'anima vera, popolare del calcio. È parte integrante dello spettacolo sportivo. Purtroppo, si sta facendo di tutto per cambiarne lo spirito. La curva della Roma, però, ha il grande pregio di resistere a ogni forma di omologazione. Basti pensare alla battaglia sulla tessera del tifoso o, anche, a quella contro le barriere. Anche adesso che ho qualche anno in più, penso sempre di essere lì, in curva».

Ci torni spesso?
«Ho un abbonamento in tribuna, ma in trasferta sto sempre nel settore ospiti. Nei derby, in Coppa Italia vado sempre in curva ed è sempre bello. La prima cosa che ho insegnato a mio figlio sono stati i cori della curva. Non sono le vittorie in campo che mi danno il senso dell'appartenenza alla squadra, ma il tifo della curva. E questo accade anche per chi in curva non ci ha mai messo piede».

Vale per tutte le curve?
«Secondo me no. Tifare a Roma e per la Roma ha un senso particolare. La curva della Roma è nella storia del tifo come qualcosa di oggettivamente diverso dalle altre curve. Non è un caso che ce la invidiano tutti».

Che idea ti sei fatto per gli episodi che hanno preceduto Roma-Torino? Prima la lunga fila per i controlli e poi i tre striscioni negati…
«È l'ennesima prova di come il tifoso venga considerato un cittadino di Serie B. Non esiste nessun altro evento al mondo in cui tu paghi un biglietto e ti venga impedito di godere dello spettacolo dall'inizio. Non c'è motivazione che tenga. Le carenze organizzative non devono mai cadere sul tifoso».

Che ne pensi dello stadio?
«È giusto farlo con rispetto della città e delle sue regole urbanistiche e ambientali. Ma lo stadio non deve diventare un alibi per non vincere e non fare una squadra forte. Si sono vinti scudetti anche senza lo stadio di proprietà. Per me sono due fatti che camminano parallelamente. È chiaro che lo stadio può dare qualcosa in più».

Che augurio ti senti di fare alla Roma?
«Di programmare la crescita e di non giocare solo per la qualificazione per la Champions. Auguro alla Roma di insistere per due-tre anni con un impianto di squadra, che è stato il vero limite di questa gestione. E lo abbiamo pagato sul campo. Siccome è giunto il momento di vincere qualcosa, occorre avere un impianto solido e fare innesti anno per anno solo per migliorare la squadra».