Domani sera suonerà a Largo Venue per presentare il Lato B di "Interno 7", il suo nono album uscito poche settimane fa, disponibile sia in digitale sia su CD (con bonus track). Sei le nuove canzoni che chiudono il cerchio a un'introspezione matura, partita con la prima parte del disco, "Lato A", che Tommaso Zanello, in arte "Piotta", sentiva la necessità di tirar fuori e condividere, metabolizzare e trasformare in musica. Sicuramente un disco diverso dai precedenti, dal titolo che rimanda al citofono di quell'appartamento di via Valsavaranche in cui il rapper romano è cresciuto con i genitori, ormai scomparsi entrambi, e che lo ha visto diventare adulto, nei fatti e nelle aspirazioni. C'è Tommaso, più che il Piotta- lo ammette lui stesso- dentro questo confronto in rima con il passato. Riflessioni, malinconie e ricordi si sciolgono liberi nelle tracce che compongono l'ultimo lavoro e che suonano, rendendoli immagini nitide, molti momenti della sua vita rimasti fino ad allora custoditi in un intimo silenzioso, in attesa di essere pronti per mostrarsi al mondo. Oggi è proprio l'artista a raccontare questo percorso all'indietro in cui si guarda allo specchio, incontrando tutto quello che fino a ieri è stato e oggi non c'è più.

Hai iniziato a fare rap quando ancora non era di moda in Italia. Com'è stato esordire in un momento in cui non era facile emergere con questo stile come adesso?
«È stato stupendo, un momento irripetibile che solo chi lo ha vissuto come me può comprendere appieno. Un conto è nascere in una città già costruita, un conto è fondarla. Io, Colle der Fomento, Cor Veleno, laggiù al Flaminio, siamo stati i fondatori di questa cosa a Roma. I primi dischi, le prime jam, a volte anche i primi scazzi, ma c'è un affetto enorme tra noi. C'è quel senso di appartenenza e di coraggio che ci contraddistingueva, senza alcun retro calcolo, nessun ingaggio milionario. Si può dire che noi abbiamo inventato la professione del rapper a Roma, prima non c'era nulla. Per fortuna ci sono tante canzoni, foto, video, premi, tour a testimoniarlo e anche i giovanissimi ce ne rendono merito. Siamo ancora qui, tutti in piena attività e successo, e in memoria di David».

Come vedi le nuove generazioni di rapper e come è cambiato il mercato?
«È un mercato milionario, cifre da calciatori, visto che siamo su Il Romanista. Meccanismi che conosco e che sono pericolosissimi per l'aspetto creativo. Li ho conosciuti e me ne sono allontanato a gambe levate, perché sono gli stessi meccanismi commerciali che contraddistinguono il lancio di un profumo o di una marca d'abbigliamento. Io non sono una marca, io non sono un profumo. Sono altre le dinamiche che devono regolare la creatività. Una su tutti è la libertà espressiva, e il business fa un pressing altissimo, quasi sempre a discapito dell'arte».

Tra i tuoi testi non è mai mancato quel retrogusto di denuncia sociale che, mentre li ascolti, ti porta per mano verso una riflessione più ampia del contesto in cui viviamo. Qual è secondo te il ruolo della musica oggi?
«Penso che ogni declinazione della musica sia lecita se spontanea, non credo che ce ne sia una di seria A e una di serie B, anche se spesso si tende a fare così, come nel cinema. Io stesso ho scritto e cantato tanti brani sarcastici, hardcore, ironici e altrettanti politici o sociali. In questa fase, e in questo disco, avevo la stringente necessità di guardare poco fuori e molto dentro me stesso».

Nelle tue canzoni si parla di vita reale, cruda e, a volte, amara. Quanto ti ispira Roma, la tua città?
«Un grande ruolo, anche quando non c'è e scrivo in altre parti del Paese, o addirittura fuori dall'Italia come per il pezzo con Dub Fx in ‘Interno 7'. Se dovessimo stilare una sorta di geografia dei luoghi delle canzoni di ‘Interno 7', ti direi che al primo posto c'è Roma, al secondo Tortoreto in Abruzzo, al terzo Milano, ma dentro c'è anche il nord-est dei mie nonni. Non parlo di citazioni, di nomi, cose luoghi e città, parlo di evocazione dei luoghi, di odori, di colori, di luci e di ombre».

"Interno 7" è infanzia, ricordi che rimangono, quello che del passato ti trascini dietro le spalle mentre attraversi il presente. Come mai hai sentito la necessità di raccontarlo?
«Perché finché le situazioni le vivi nel quotidiano difficilmente senti la necessità di raccontarle o omaggiarle, o almeno a me succede così. Poi le perdo e devo tirare fuori tutto, di getto. Notti intere a scrivere che sembro Tolstoj, in rima. Questo disco nasce esattamente così, tra il tramonto e l'alba, luci asse e potenza dei primi raggi. Un omaggio a tutto ciò che è stato e che non tornerà, perché questo mi insegna la vita, a godere delle sue stagioni. Le più calde, le più gelide».

Quando ti guardi allo specchio cosa è rimasto di te bambino?
«Di me bambino è rimasto tutto, non ne ho castrato mezzo, e credo sia anche la parte più bella di me. La parte più creativa, trasparente e sognatrice. Poi l'età ti fa indossare delle corazze, ma questa parte più dura l'ho messa e a volte dovuta usare per difendere proprio il bambino Tommaso».

Hai un ricordo, una frase o un'immagine del passato che ti dà forza nei momenti difficili?
«Ne ho un milione, ho avuto un'infanzia talmente felice che ogni ricordo, foto, video, di genitori, nonni e parenti stretti è una botta di ottimismo. E sono tutti loro che omaggio in ‘Interno 7', parto da pezzi di vita personalissima per elevarla a emozione universale, o almeno ci provo».

Nel tuo nuovo album parli di come la vita ti porti a crescere. Guardando il mondo di oggi, come pensi stiano affrontando il diventare adulti le generazioni attuali?
«Non amo generalizzare. Nella mia generazione c'è l'hip hop delle posse ma anche Salvini, capisci che è impossibile trarne un giudizio comune. Penso che ogni epoca includa il bene e il male del prossimo passo dell'umanità, e nella mia il male mi pare che vada a gonfie vele. Questo per dire che certi discutibili testi trap sono a volte dei figli della mia generazione, magari anche i padri hanno le loro colpe».

Nella tua carriera hai collaborato con molti artisti illustri e anche in "Interno 7" ci sono nomi importanti come Dub FX, Er Pinto e L'Orchestraccia. Come nascono queste unioni artistiche?
«Di solito faccio più collaborazioni, ma un album come ‘Interno 7' è un disco così intimo che non poteva diventare un disco corale. Lo è eccezionalmente in quattro brani, cercati e voluti. L'internazionalità di DUb Fx per un brano dedicato a questa umanità in perenne movimento, la romanità della street poetry del poeta anonimo Er Pinto e quella struggente ed emotiva di quel collettivo unico di attori e cantati de L'Orchestraccia. Poi c'è Primo, ma questo è un capitolo a parte. Un omaggio a un grande amico e un grande mc, tra i più grandi di sempre, anche oggi che non c'è più».

Che differenze ci sono tra Tommaso e Piotta?
«Piotta è un pezzetto di Tommaso. Tommaso contiene tutte le sfumature di me. Tutti i mie pregi e i miei difetti. Piotta è quel soprannome dei tempi del Giulio Cesare che mi ha permesso di nascondere la timidezza ed il Tommaso più profondo dietro un personaggio ironico e avere il coraggio di smuovere migliaia di persone. A mano mano ho asciugato, ho desaturato, ho levato ammennicoli e orpelli fino a rimanere nudo. ‘Interno 7' è questo, il primo album di Tommaso».

Sappiamo che sei un fervido lettore e un appassionato collezionista di vinili...
«Sono molto legato ai cantautori che mi faceva ascoltare mio padre da piccolo, come Lucio Dalla, Pino Daniele e Ivano Fossati, che per me è come una droga buona».

Domani ti esibirai a Largo Venue a Roma. Ci vuoi anticipare qualcosa?
«Vi anticipo che sono già emozionato. Per quanto stia andando tutto molto bene, con sold-out e date affollate, Roma è sempre Roma. Sarò nervoso e ansioso come la prima volta, poi tutto si scioglierà in uno splendido abbraccio e alla fine non riuscirò a dormire fino alla notte di domenica, a causa dell'adrenalina da smaltire. Non vedo l'ora di condividere tutto questo con voi».