Due telefonate (spiegheremo). Dieci partite. Habemus Dazn. Una rivoluzione. Giorgio Gaber ci direbbe che siamo a dopodomani. Perché la rivoluzione oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente. Appunto. L'assegnazione dei diritti televisivi del campionato, come si era già capito nella giornata di giovedì scorso, ha santificato un cambio epocale. Dopo quasi venti anni griffati Sky, l'assemblea di Lega ha scelto il cambiamento. Sedici i voti a favore (ne erano sufficienti quattordici), gli unici club rimasti all'opposizione sono stati Genoa, Crotone, Samp e Sassuolo, i quattro giapponesi rimasti nascosti nella giungla a cui nessuno ha detto che la sfida ormai era persa.

A favore di Dazn. Che, dopo settimane di assemblee ai confini del grottesco, fatte di veti incrociati, scontri piuttosto accesi, reciproche accuse, a meno di quattro giorni dal termine finale (lunedì 29), si è garantita per il prossimo triennio i pacchetti uno e tre dell'offerta dei diritti tv. Dove il pacchetto uno prevede l'esclusiva di sette partite a turno e il pacchetto tre le altre tre gare in coesclusiva. Con chi? Sky nella sua offerta per questo secondo pacchetto aveva formalizzato un'offerta da 70 milioni a stagione. Cifra che sommata agli 840 garantiti dall'accoppiata Dazn-Tim, porterebbe tutto il cucuzzaro a 910 annui. Si dirà: tanti soldi. Sì, ci mancherebbe, ma sono comunque un passo indietro perché sono meno dei 973 milioni che sono stati incassati (a stagione) nel precedente triennio (2018-2021). Più di qualcuno già nei giorni scorsi assicurava che la Lega si stesse muovendo per fare in modo che Sky aumentasse la sua offerta dai 210 milioni in tre anni per fare in modo di andare almeno a pareggiare il cash del triennio precedente. Ma ora la domanda è: Sky sarà ancora disponibile oppure, di fronte a questa sconfitta, deciderà di comportarsi in maniera diversa?

La seconda che abbiamo detto. Perché crediamo di non andare lontano dalla verità, dicendo che ai vertici dell'emittente satellitare, la scelta di Dazn non è che sia stata accolta con baci, abbracci e ricchi cotillons. Il colpo è stato forte e certamente non metabolizzato. Tanto è vero che ieri, subito dopo l'ufficialità del voto in Lega, i capoccioni di Sky si sono riuniti in conference-call per decidere come muoversi a breve giro di posta. Discutendo anche della possibilità di presentare un esposto all'Antitrust (si ipotizza per concorrenza sleale e abuso di posizione dominante). Un ricorso che si baserebbe sull'anomala (per Sky) accoppiata Dazn-Tim. Anomala perché Tim (che garantirà, oltre al contributo tecnologico, 340 milioni annui degli 840 totali) è un'entità che poteva presentare autonomamente una sua offerta, quindi anche una potenziale concorrente di Dazn. Vedremo quello che succederà. I prossimi giorni, da questo punto di vista, saranno parecchio animati.

E veniamo alle due telefonate. Due telefonate che hanno avuto un peso determinante nell'esito della votazione di ieri. In realtà di chiamate ce ne sono state parecchie di più, ma a quelle a cui ci riferiamo, vedono nel ruolo di ricevente la nostra Roma. Ai lettori più attenti, infatti, non sarà sfuggito come la società giallorossa, dopo mesi in cui aveva sostenuto l'offerta di Sky, ieri abbia votato Dazn, sparigliando, insieme ad altri club, lo stallo che si protraeva da settimane. Quale è stato il motivo di questo cambio? Due telefonate, appunto. Dirette a Dan Friedkin. La prima da parte del presidente di una titolatissima squadra italiana. La seconda del miliardario ucraino Leonard Blavatnik che altri non è che il grande capo di Dazn. Entrambi gli interlocutori, al presidente della Roma hanno spiegato che era necessario sostenere il cambiamento che avrebbe portato grandi benefici a tutto il calcio italiano. Il presidente romanista ha ascoltato con attenzione per poi, alla fine, decidere di sostenere l'offerta di Dazn. Così dopo aver riattaccato con i due interlocutori, Dan Friedkin, giovedì scorso, si è messo in contatto con il suo amministratore delegato Guido Fienga dicendogli, «domani (ieri, ndr) votiamo Dazn». L'ad ovviamente non ha potuto fare altro che prendere atto e votare di conseguenza. La cosa, e pure qui crediamo di non sbagliare, a Fienga non ha fatto particolare piacere visto che in questa partita puntava perlomeno a rimettere in gioco l'ingresso dei fondi nel nostro calcio per garantire ulteriore liquidità a un mondo in notevole difficoltà economica. Niente da fare, neppure i fondi. Del resto l'opportunità era stata già stoppata dal presidente della Juventus, Andrea Agnelli. Che quando ha preso atto che i fondi volevano la firma su un documento che obbligava i club a garantire la loro presenza nel campionato italiano per quindici anni, ha pensato bene di sfilarsi dalla questione. E tutti hanno avvertito forte il profumo della Superlega. Cioè un altro dopodomani.