Ci sono momenti, nella vita di ognuno, che niente potrà mai cancellare: l'inesorabile trascorrere del tempo, i cambiamenti che ci si trova ad affrontare e i momenti difficili che inevitabilmente capiteranno non saranno mai in grado di far dimenticare quell'esplosione del cuore. È quella che ogni romanista ha sentito dentro di sé quando Manolas ha insaccato di testa il pallone della gloria, pizzicandolo appena. Era tutto appeso a un filo, all'82' di Roma-Barcellona, esattamente un anno fa: ma il ko per 4-1 del Camp Nou non appariva più come una montagna insormontabile. Dzeko prima e De Rossi avevano già iniziato la scalata dell'Everest blaugrana. Quindi arrivava Kostas a piantare la bandiera giallorossa su quei quarti di finale di Champions League.

Gridavamo vocali a caso, ché chiamarle parole sarebbe troppo: nessuno di noi era in grado di esprimere concetti - seppur minimi - di senso compiuto. Singhiozzavamo come bambini, ma per la gioia. Piangevamo come chi abbia appena assistito al manifestarsi della magia. Perché di magia si trattava, e chi non crede nella magia non si accorgerà mai di quanto questa - persino in un mondo iper razionale - faccia invece parte delle nostre vite. Piangevamo e ci abbracciavamo: ogni cosa era illuminata, ma per davvero. Illuminata da una luce ultraterrena eppure realissima, tangibile. Non riuscivamo a crederci, pur sapendo alla perfezione di essere svegli. «È tutto vero», sembravano dirci i canti della Sud e l'aria carica di elettricità che scandiva i minuti finali.

Un'agonia, passata tra le lacrime e la tachicardia: sapevamo che tutto era lì a portata di mano, ma le lancette sembravano aver iniziato uno sciopero che faceva di dieci secondi una settimana, un mese, un anno. E noi ce ne stavamo lì, le mani nei capelli come Ünder e Florenzi, ogni muscolo del corpo in tensione.

Quindi il fischio finale, l'esplosione di un'intera città, in uno di quei momenti in cui diventa innegabile che Roma e la Roma siano effettivamente una cosa sola. Le feste per strada, le bandiere sventolate a colorare di giallorosso quella notte di primavera. Era aprile, ma sembrava giugno inoltrato, perché il sangue ti ribolliva d'amore. Le radiocronache rimandate in loop dalle casse delle autoradio, i «Grazie Roma» che all'unisono facevano da colonna sonora a Testaccio e Trastevere, a San Lorenzo e alla Garbatella. Ogni cosa era illuminata e ammantata di magia, ed è la sensazione più bella che esista: la presa di coscienza che la magia esiste, che per una volta il miracolo si compie e non resta soltanto un sogno. È un momento, ma vale una vita intera. Perché ti fa capire che bisogna sempre tenersi strette le cose che, anche soltanto a ricordarle, ti fanno piangere di gioia. Sono loro a dare un senso alla vita.