L'ultima volta che Antonio Mirante giocò una partita di campionato per scelta tecnica fu il 13 maggio, penultima dello scorso campionato, sfida tra vecchietti della porta, e tra due squadre che dovevano salvarsi e ci erano di fatto ormai riuscite: Sorrentino incassò il rigore di Verdi, Mirante i gol di Giaccherini e Inglese, ma il Bologna di Donadoni, grazie alla sconfitta della Spal e al 2-2 tra Crotone e Lazio mantenne 4 punti di vantaggio sul terzultimo posto, e così il portiere di Castellammare di Stabia si tolse guanti e fascia di capitano e lasciò il posto, per l'ultima, inutile partita di campionato, al vice Da Costa.

Trecentoventicinque giorni dopo, Mirante dovrebbe riparte dall'inizio: quest'anno ha già giocato due gare in campionato, il 24 novembre a Udine e l'8 febbraio contro il Chievo, ma in entrambi i casi Olsen non era a disposizione. Tanto che, dopo Verona, lasciò il posto a Mirante anche per Roma-Porto, forse la gara più importante della carriera del portiere campano, che in Champions aveva debuttato solamente lo scorso 12 dicembre, a Plzen. Olsen di partite in Champions ne aveva 12, 46 complessive nelle Coppe Europee, un Mondiale giocato da titolare fino ai quarti di finale, 7 anni di meno e i galloni da titolare, mai in discusione fino a poche settimane fa.

Due risposte diverse

Una delle prime domande poste a Ranieri quando sbarcò a Roma fu quella sul portiere, la risposta di ieri, quando gli è stato chiesto di confermare la titolarità di Olsen, è stata molto più interlocutoria: «Vediamo, faccio l'ultimo allenamento e poi vediamo. Forse in questo caso, non parlo solo di Olsen, dovrò aspettare anche l'allenamento di domani mattina». E visto che la storia del calcio - con pochissime eccezioni, neppure troppo fortunate - non prevede ballottaggi sul portiere, l'ammissione del dubbio è sembrata a molti l'ammissione di un ribaltamento delle gerarchie. Lo svedese paga il momento di crisi, iniziato ormai a metà dicembre, contro il Genoa, proseguito con gli errori con l'Atalanta, la papera su Ciano col Frosinone, per arrivare al clamoroso mancato intervento che ha permesso a Mertens di segnare da mezzo metro il gol del 2-1 del Napoli domenica. Con in mezzo una prova disastrosa pure con la sua nazionale, tanto per confermare il periodo nero. Che dovrebbe rilanciare Mirante, il giocatore più anziano della rosa (batte di tre settimane De Rossi), arrivato, insieme a un conguaglio di 5 milioni di euro, dal Bologna in cambio di Skorupski, di 8 anni più giovane. Non aveva mai giocato in una grande squadra, Mirante: la Juventus, che lo aveva pescato nel Sorrento nel 2000 per gli Allievi, portato in Primavera (due successi al Viareggio) e in prima squadra come terzo, se lo è ripreso, dopo i prestiti al Crotone e al Siena, solo nell'anno della serie B, 7 presenze da vice Buffon. Col ritorno in serie A quel ruolo fu affidato all'ex Reggina Belardi (che l'anno prima era a Torino come terzo), e Mirante passò alla Samp: 13 presenze il primo anno, 9 quello dopo. Nel 2009 andò al Parma, sei stagioni da titolare, da sommare alle tre col Bologna, che lo prese a parametro zero dopo il fallimento dei gialloblù, nel 2015. La Roma lo ufficializzò il 22 giugno, un mese prima di chiudere per Olsen, ma lui era stato chiaro da subito: disse di essere venuto per fare il secondo, e farsi trovare pronto in caso di necessità. A 35 anni, con 339 presenze in A, qualche tuta azzurra nell'armadio - lo chiamarono sia l'U21 che la nazionale maggiore, ma senza mai farlo esordire - e un contratto triennale, fino al 2021, gli andava benissimo così. E invece il caso di necessità è arrivato.