Anthony Reveillere ne sta pagando ancora le conseguenze. Un paio di volte la settimana si presenta dal suo psicanalista e gli racconta un incubo. Che ha una data precisa, 6 marzo del 2007. Sempre la stessa. Lui gioca con il Lione più forte di sempre. La grandeur francese non mette in dubbio che si vincerà anche se c'è la sfida con la Roma di Champions League. In palio la qualificazione ai quarti di finale. C'è un brasiliano con il pallone tra i piedi. Lui, il francese, è convinto che non potrà succedere niente. Continua a tenere gli occhi sui piedi di quel brasiliano. Il pallone rimane sempre lì. Solo che quel brasiliano comincia a danzare su quel pallone. Il francese ne rimane ipnotizzato. Si risveglia con il pallone in fondo alla sua rete e con quel brasiliano che sta facendo festa con la Roma e i tifosi al seguito. Chiede cosa sia successo. Lo psicanilista tutte le volte prova a dargli la risposta: non è stato un incubo, ma la realtà. Quel brasiliano è Amantino Mancini che quella sera a Lione, dopo il gol di Francesco Totti di testa, confezionò il raddoppio con uno dei più bei gol della storia romanista in Europa. Stasera la Roma rivede i quarti e Amantino ha provato a spiegarci come si fa.

Mancini te la ricordi quella notte a Lione?
«Se me la ricordo? È stata forse la più bella notte della mia carriera».

Quel gol poi...
«Venne tutto naturale. Totti mi lanciò un pallone perfetto dalla fascia destra. Mi arrivò giusto sui piedi. Avevo Reveillere davanti. Lo puntai. Una, due, tre finte e poi un sinistro che ho ancora il rumore nelle orecchie. Bellissimo».

Vero, bellissimo. Soprattutto perché fu un gol segnato in una partita importante contro una delle migliori squadre europee di quel momento.
«Il Lione era una grande squadra. C'erano giocatori formidabili come Abidal, Malouda, il brasiliano Juninho. All'Olimpico avevamo pareggiato senza gol, sembrava che fossimo la vittima predestinata».

E invece quella Roma fece l'impresa.
«Anche noi eravamo una buonissima squadra. In più giocavamo un calcio senza paura e di qualità. Vincemmo con merito».

C'è un segreto per preparare al meglio partite di quel tipo?
«Nessun segreto. Quelle sono partite che si preparano da sole».

Ti ricordi quello che vi disse Spalletti alla vigilia?
«Devo confessare che certi particolari non me li ricordo. So però che noi andammo in campo con l'obiettivo di fare il nostro solito gioco, convinti di qualificarci. Quella Roma metteva in campo un calcio fantastico, all'epoca eravamo considerati la squadra che insieme all'Arsenal giocava meglio in Europa».

La Roma attuale può farcela a eguagliarvi?
«Ha tutto per riuscirci. A patto che non faccia l'errore di considerare più debole lo Shakhtar».

Gli ucraini sono bravi.
«Sono un'ottima squadra, in Europa hanno tradizione e in più hanno un dna brasiliano».

Conosci i brasiliani degli ucraini?
«Conosco soprattutto Bernard, bravissimo, che è cresciuto nello stesso club in cui sono cresciuto. Ma anche gli altri sono forti, Taison, Fred, Marlos sono giocatori che possono farti male, sono veloci e negli spazi hanno le qualità per arrivare in porta».

Cosa deve fare la Roma per qualificarsi?
«L'unico consiglio che mi sento di dare è quello di avere pazienza».

Che vuoi dire?
«Che per ribaltare il risultato della gara d'andata è sufficiente un gol che può arrivare anche all'ultimo minuto di gioco. Aggiungo anche che la pazienza dovrà essere di tutti, allenatore, giocatori e tifosi sugli spalti».

I tifosi giallorossi che apporto potranno dare?
«Fondamentale. Io so bene cosa voglia dire avere l'Olimpico che ti spinge a vincere le partite. Forse non ce ne è bisogno, ma anche a quei tifosi dico di avere pazienza. Se la Roma la avrà, se farà girare il pallone senza farsi prendere dalla frenesia, si qualificherà. E poi nei quarti quello che verrà andrà bene».

Oltre alla pazienza, la Roma cosa dovrà mettere in campo?
«Fiducia e carica agonistica. Qualcuno potrebbe dire anche stimoli, ma per partite del genere non c'è bisogno di trovarli, arrivano da soli».

Di Francesco ti piace?
«Sì. Il suo calcio mi convince, si vede che ha studiato. Ha ereditato una Roma molta rinnovata e sta cercando di imporre le sue idee. E in qualche maniera già c'è riuscito».

Come ti sembrano gli attuali brasiliani della Roma?
«Alisson è un fenomeno. Insieme a Buffon e Ter Stegen è il più bravo».

Juan Jesus?
«Il suo in campo lo fa sempre».

Bruno Peres un po' meno.
«Con lui c'è sempre da capire cosa gli stia passando per la testa».

Mancini invece ora che cosa fa?
«Studio».

Studi?
«Sì, da allenatore. Da qualche mese mi sono trasferito di nuovo in Italia. Ho fatto il primo corso a Coverciano, sono stato promosso. Ad agosto farò il secondo per avere l'abilitazione ad allenare anche in serie A».

Reveillere si è ritirato, ma chissà se racconterà pure questo al suo psicanalista.