Trecentonovantadue giorni. Dal venticinque settembre dello scorso anno, a domenica prossima. Dalla sfida del passato campionato sul campo del Torino a quella che andrà in scena tra ventiquattro ore nello stesso stadio granata. Da uno Dzeko bocciato anche dai suoi più strenui difensori, al campione che ha incantato Stamford Bridge. Per la verità la trasformazione da bufala di mercato a capolavoro di trattativa, è stata graduale nel corso di tutto un anno o poco più in cui il gigante bosniaco ha viaggiato, più o meno, alla media di un gol a partita.

Eppure quel giorno a Torino, giallorossi sconfitti da Belotti e Iago Falque, tre gol che fecero passare in secondo piano pure la rete numero duecentocinquanta di un signore con la maglia giallorossa numero dieci, alzi la mano chi non ha dubitato sulle qualità di questo giocatore che è stato insultato in tutte le maniere possibili. Non vediamo mani alzate. Perché quella partita lo sa anche Dzeko che è stata probabilmente la peggiore della sua intera carriera. Novanta minuti che furono un incubo per lui e la Roma. Sembrava destinato a ripercorrere le orme certo non di successo della sua prima stagione all'ombra del Colosseo, stagione in cui tutto aveva fatto meno che confermare i numeri con cui era sbarcato a Roma, accolto da migliaia di tifosi giallorossi felici di dare il benvenuto al nuovo Batistuta.

Erano molto meno felici i tifosi giallorossi dopo quella partita a Torino. Dzeko era sembrato l'ombra di stesso, del giocatore che era riuscito a conquistare Wolfsburg e Manchester, sponda City, gol come se piovesse, tre scudetti, uno in Bundesliga, due in Premier, un centravanti, insomma, tra i migliori in circolazione. Dove era finito quel campione? Quel giorno, a Torino, era legittimo domandarselo. Perché era stato protagonista al contrario, giocando, senza che qualcuno glielo avesse richiesto, una partita a non fare gol. Una serie incredibile di occasioni fallite, una, due, cinque, otto, alcune per colpa sua, altre perché il suo vecchio amico al City, il portiere Hart, quel giorno si era ricordato di essere il numero uno della nazionale inglese. Lo avevano mollato tutti quel giorno, certi che ormai non potesse più tornare quel signore del gol che da anni era protagonista nel calcio europeo.

Li ha smentiti tutti. Riprendendosi se stesso. E lo ha fatto con una valanga di gol e, pure, con uno stile invidiabile. Perché non tutti avrebbero reagito come lui agli insulti, alle pernacchie, ai fischi, ai fotomontaggi, alle battute volgari che ne hanno accompagnato il suo primo anno da romanista. Non ha mai detto una parola fuori posto, giusto una volta, difronte alle continue e ripetute sollecitazioni di Spalletti, quando il tecnico lo sostituì nella gara a Pescara, si lasciò andare a qualche parola di troppo, ma solo perché era in corsa per la classifica dei cannonieri e avrebbe preferito rimanere in campo per cercare di anticipare un primo posto che poi è comunque arrivato. Per il resto, niente di niente. Un comportamento da signore fuori dal campo, da campione dentro. Un gol dietro l'altro, spesso pure decisivi tanto per sbatterli in faccia a quelli che non volevano arrendersi all'evidenza e continuavano ad additarlo come uno incapace di realizzare gol pesanti.

Li ha ammazzati tutti. Trentanove gol totali nella passata stagione, ventinove in campionato, otto in Europa League, capocannoniere pure qui, due in coppa Italia, il tutto condito da quindici assist, dodici in campionato, due in Europa, uno in coppa Italia. Sommando si arriva a cinquantaquattro, un'enormità. E l'onda lunga di Dzeko non si è certo interrotta in questa stagione in cui sta continuando con medie che voi umani non potete neppure comprendere. L'opera di riconquista della sua identità di campione si è chiusa mercoledì scorso a Londra quando,sotto il settore che ospitava tremila meravigliosi tifosi giallorossi, ha realizzato una doppietta che, comunque andrà, sarà un successo. Indimenticabile quel sinistro al volo e quella capocciata a ribaltare tutto.

Ora, volendo essere propri pignoli, serve soltanto una cosa per chiudere definitivamente il cerchio. Presentarsi a Torino e far vedere anche ai tifosi granata qual è il vero Dzeko, quello che in trecentonovantadue giorni si è ripreso quello che gli spetta, venendo pureinserito nellalistadei trentagiocatori che sono in corso per il Pallone d'oro. Questa è la sua dimensione. Quella di un campione che la cattiveria invocata da Spalletti l'ha trasformata in numeri. Quelli dei suoi gol, cinquantanove in cento partite con la maglia giallorossa, numeri che nemmeno Gabriel Omar Batistuta. Edin rifallo pure contro il Torino, continua nella tua strameritata rivincita, a sorridere e a farci sorridere.