La straordinaria rimonta della Roma a Londra è andata in scena sulle note di una canzone che parla di un "cuore spaccato e dolorante". L'hanno cantata prima, durante e dopo la partita tremila cuori festanti ed entusiasti. Un controsenso? Forse. Perché il coro che ultimamente va per la maggiore in Sud (ma è nato in Nord) è tutto meno che triste: "Roma alè, forza Roma alè, voglio solo star con te, voglio vincere e cantar per te, forza forza Roma alè".
Diversamente da quanto riportato da alcuni video su YouTube, la canzone originale non è mai stata cantata da Elvis Presley. "Achy Breaky Heart" fu infatti scritta da Don Von Tress nel 1990, quando il re del rock'n'roll era già morto da quattordici anni. Lo stesso anno fu registrata dai The Oak Ridge Boys, quartetto country-gospel del Tennessee, che decisero però di non pubblicarla. Nel 1992 Billy Ray Cyrus la cantò includendola nel suo album di esordio: nonostante alcune critiche, il pezzo divenne presto un tormentone internazionale,tanto che negli Stati Uniti vinse nove dischi di platino. 

Cyrus è tuttora un noto cantante di musica country, anche se nell'ultimo decennio si è riscoperto attore: a partire dal 2005 ha recitato nella serie televisiva Hannah Montana come padre della protagonista Miley Cyrus, che è davvero sua figlia. Nel telefilm sono tanti i riferimenti alla canzone: Billy Ray Cyrus viene sognato dalla figlia nell'atto di scrivere la canzone in un bar del New Mexico, mentre un episodio della seconda stagione è stato intitolato "Achy Jakey Heart".


Dal country agli stadi

Certe canzoni fanno dei giri immensi e nemmeno ritornano. Questa, nata negli Anni 90 negli Stati Uniti, ha varcato l'Oceano dieci anni dopo per affermarsi come coro cantato da decine di tifoserie britanniche. Furono i tifosi del Manchester United a farla propria nel 2010, con un testo che prometteva una sommossa se la proprietà avesse venduto Park Ji-Sung: "Don't sell my Park, my Ji-Sung Park, I just don't think you understand, that if you sell my Park, my Ji-Sung Park, you're gonna have a riot on your hands!".


Due anni dopo furono i tifosi del Newcastle ad appropriarsene, quando a Fulham cantarono un coro che tradotto suonava più o meno così: "Non portatemi a casa, per favore non portatemi a casa, non voglio proprio andare a lavorare, voglio stare qui, e bere tutta la birra, per favore non portatemi a casa".


Negli scorsi anni numerose tifoserie di tutto il Regno Unito hanno adottato il coro, principalmente per elogiare un proprio giocatore o per chiedere di non cederlo, come avevano fatto quelli dello United con Park. Nacquero così "Don't sell McCourt" dei tifosi del Celtic, "We've got Moncur" del Colchester, "We've got Cabaye" del Newcastle e la sua versione opposta, "Please sell Ranger".

A Londra si è scatenata una vera e propria guerra di "diritto d'autore" tra i tifosi del West Ham, che avevano iniziato a cantare "We've got Payet" (oggi diventato "We've lost Payet"), e quelli dell'Arsenal, che avevano replicato con Ozil.


Il coro ha avuto enorme successo anche a Euro 2016, quando le tifoserie di Inghilterra, Galles e Irlanda hanno ripreso la versione del Newcastle per chiedere che la vacanza in Francia non finisse mai. Rimasero famose anche le immagine in cui si vedevano tifosi inglesi insegnare a quelli svedesi il coro, che fu adottato anche dalla tifoseria scandinava, così come quelle in cui irlandesi e belgi riempivano le vie di Bordeux cantando la stessa canzone.

Recentemente anche la tifoseria del Feyenoord ha fatto proprio il motivetto, tanto che il club ha prodotto delle sciarpe ufficiali con la scritta "Don't take me home".

È singolare, infine, che anche Eden Hazard goda di una propria versione della canzone ("We've got Eden, our little Belgian..."). Ma mercoledì a Stamford Bridge, nonostante il gol del numero 10 dei Blues, il coro non si è sentito. Forse lo hanno cantato ed è stato sovrastato dalle tremila voci romaniste e dal loro "Voglio solo star con te". Che, tra l'altro, di tutte le versioni finora mai inventate è l'unica dedicata non alla stima verso un calciatore o a al dispiacere di dover tornare a lavoro, ma all'amore per una squadra. Scusate se ci distinguiamo sempre.