L'amore è Dzeko. E vola, atterrando sempre a Roma, dopo aver compiuto tragitti lunghissimi. Dalla Germania alla Bosnia, da Rudi a Edin. Da 45 a 44: sempre di gol, esultanze, gioie romaniste - quindi di amore - si parla. Passando per mezzo globo alla ricerca della felicità, in un viaggio durato trent'anni. Tanto è passato dalla presenza dell'ultimo centravanti che ha fatto innamorare la Curva. In mezzo certo tanta roba, primi fra tutti gli attaccanti del terzo scudetto, Batistuta, Montella, Delvecchio: mega regalo destinazione infinito il primo, delizia per palati fini il secondo, nove sinfonie di gratitudine il terzo.

Ma l'amore, quello vero, sboccia a prescindere dalle conseguenze. E il pubblico dell'Olimpico, incline ai flirt ma molto meno alla devozione eterna, sceglie accuratamente i custodi del proprio cuore. Uno degli eletti fu lui. Rudolf Voeller da Hanau. Quel tedesco con riccioli e baffi, quasi un regalo della fisiognomica per non creare distacco troppo traumatico dal suo predecessore Pruzzo (un altro che i sentimenti li aveva fatti sbocciare eccome), e un incedere singolare, fra doppi passi e polsi piegati a cadenzare le corse. Verso la porta. Sotto la Sud. Eppure anche un monumento simile - non a caso nella Hall of Fame della Roma - ebbe un inizio difficile, fra guai fisici e pochi gol (tre in campionato, cinque complessivi) nella prima stagione. Fino ad arrivare a 45 centri al termine della sua avventura in giallorosso. Coppe escluse, nelle quali fu mattatore.

Déjà vu a posteriori. Dzeko è arrivato a 44 reti in Serie A. In due stagioni e un pezzetto. La prima iniziata sotto la più luminosa delle stelle: stacco imperioso su Chiellini, che riesce appena a prendergli la targa, Buffon battuto, la nemica di sempre anche. Scocca la scintilla sotto la Sud, per l'ultima volta prima delle barriere, quindi presente in blocco: le lunghissime braccia aperte, quasi a voler prendere tutti. Voglia di stringersi un po'. Non solo: derby d'andata, malinconia sugli spalti semidesertificati da mura di plexiglass e confini ideali. Ci pensa Edin a risvegliare i cuori, conquistando e segnando il rigore del vantaggio. Decisivo. Come sempre. È ancora lui a litigare e respingere da solo, forte di quel fisico che tutto impone dall'alto, la squadra avversaria, che gli contestava un pallone restituito troppo vicino alla loro porta.

Entra da leader, il bosniaco, con il carisma di chi può permettersi il muso duro anche con Piqué in Champions, mica uno qualunque. Difende ogni pallone spiovente, fa salire la squadra, gioca più per gli altri che per sé, in un'interpretazione poco egoistica del ruolo, lui che da centravanti puro non gioca da anni. A Manchester ha fatto la spalla di Aguero, perché in quel caso non è la mole che conta, ma i piedi. E i suoi sono da talento assoluto. Più di qualcuno lo accosta a Van Basten nel tocco di palla e non suona certo come una bestemmia, guardandolo calciare.

Ma i gol arrivano con parsimonia e il ritorno di Spalletti sulle prime non aiuta Dzeko, che perde perfino il posto da titolare a vantaggio dell'attacco "dei piccoletti". Poi la rinascita, dall'estate successiva. Gol a grappoli, due corone dei bomber (Serie A e Europa League), un record assoluto del calcio italiano, 39 reti in una stagione. Come lui nessuno mai. Non Nordahl, non Angelillo e nemmeno quell'Higuain che fino a pochi mesi prima sembrava di un altro pianeta. Ora lo è. Lui terrestre, Edin marziano. Sette centri anche in questo avvio, otto compresa la Champions, con una partita in meno rispetto a tutti gli altri. Superato in settimana Rizzitelli nel computo totale in giallorosso (57 a 55), ora nel mirino c'è il tedesco volante, a 45 in campionato. Dzeko con lo splendido gol di San Siro, l'ennesimo decisivo contro big (o presunte tali), è a 44. Voeller, fortissimamente Voeller. Mentre il bosniaco vola, per fare innamorare ancora.