La copertina sta ancora lì, negli archivi. Era l'alba del nuovo anno, che si era chiuso con quei venti di crisi che sembravano preannunciare il terribile gennaio che effettivamente la Roma ha poi vissuto. Dopo un inizio di stagione esaltante, dicembre aveva a poco a poco spento le speranze di gloria: ko interno col Torino e fuori dalla Coppa Italia il 20 dicembre, ko esterno a Torino con la Juve il 23 dicembre e consueto ridimensionamento natalizio, pareggio interno il 30 dicembre col Sassuolo di Iachini e definitiva perdita di contatto con la testa della classifica.

Il cenone di capodanno andato di traverso prima di goderselo. Poi ci fu il video di Nainggolan. Il ds Monchi e il dg Baldissoni si rividero a Trigoria il 2 gennaio, dopo un paio di giorni di riposo. Il 3 gennaio Il Romanista, intuendo la gravità del momento e avendo fondati motivi per credere che Monchi avrebbe cambiato registro mollando la modalità amichevole e assumendo un tono assai meno conciliante, titolò convinto: CATTIVISSIMO ME.

E quel giorno lo spagnolo tenne il suo primo discorso risentito nello spogliatoio romanista. La squadra fu investita da parole pesanti, lo ricordammo il giorno dopo con un altro titolo sparato sul primo piano del ds: IL MOZZICO. Morse, quel giorno, Ramon:
«Molto è compromesso, ma ancora quasi nulla è perduto. Ora basta alibi, chi non si dimostra all'altezza della Roma andrà via. Bisogna dimostrare di voler vincere, in campo e fuori. Chi non segue questa strada, non può restare nel club».  I primi a rischiare di trovarsi invischiati in questo polverone furono Nainggolan e Dzeko, perché sono stati i primi destinatari di offerte arrivate in quei giorni a Trigoria.

Non si può dire che le parole ebbero effetto benefico immediato. La crisi, profonda, scosse la Roma per un altro mese. Nelle successive quattro partite la squadra giallorossa perse in casa con l'Atalanta, pareggiò a San Siro con l'Inter (dominando il primo tempo, impaurendosi nel secondo), pareggiò per il recupero della terza giornata a Genova con la Sampdoria all'ultimo minuto con Dzeko, insolentito da una trattativa col Chelsea che peggiorò il clima generale della squadra, e infine si arrese tre giorni dopo ancora alla Sampdoria in casa (per la terza di ritorno) in un match che sembrò decretare quasi la fine anticipata del progetto Di Francesco.

E invece di lì a poco, rimessi insieme pazientemente i pezzi ognuno per la sua sfera di competenza (l'allenatore e i dirigenti furono bravissimi, in questo senso, mentre la squadra a poco a poco si ricompattò) la Roma si rialzò: arrivarono tre vittorie consecutive in campionato, poi la dolce sconfitta di Charkiv con lo Shakhtar, un altro rovescio casalingo col Milan prima della definitiva resurrezione in casa col Napoli che segnò il punto di (ri)partenza dell'incredibile crescendo di Champions.

A distanza di tempo Monchi ricorda ancora quel periodo. Forse è proprio lì che si è preso la Roma. All'inizio qualche difficoltà l'ha avuta. Lo ha ricordato anche nella recente intervista concessa al nostro giornale: «Magari dovevo capire meglio dove ero arrivato. Io sono metodico e mi sono fidato del mio istinto. Ho fatto il fenomeno, ho pensato che potevo ripetere Siviglia. Ma non conoscevo la dimensione di Roma. Non ero abituato al fatto che qui si lavora sempre all'aria aperta, alla luce del sole, è una cosa buona ma può avere anche ripercussioni negative. Con il tempo mi sono dovuto abituare, non è facile sapere che qualunque cosa fai scontenti qualcuno. Mi è servito del tempo per far capire che non ero matto».

Di questi tempi, poco più di un anno fa (era il 3 maggio), Monchi fu presentato alla stampa. Fu il suo manifesto. «Essere Monchi» è la sua ossessione. «Avevo anche altre offerte - disse subito - ma qui ho capito di poter essere Monchi». Disse pure che «il problema di un direttore sportivo non è certo vendere, ma comprare male». Lenì le prime ferite di Totti («so che questo è stato il suo ultimo anno da calciatore, da ora in poi gli chiedo solo di essermi vicino perché lui è la Roma. Se imparassi almeno l'1% di quel che lui sa sarei già un passo avanti»), poi rassicurò gli impauriti (la Roma non era ancora ufficialmente in Champions): «Pensate veramente che io abbia lasciato Siviglia per venire qui e non vincere? Qui non abbiamo affisso il cartello "Si vende", qui abbiamo il cartello "Si vince"».

Di Francesco all'epoca era ancora solo un pensiero, neanche così prossimo, sulla panchina della Roma c'era ancora Spalletti, che oggi, poco più di un anno dopo, sta ancora lottando per conquistare il suo posto in Champions. La Roma, invece, dentro c'è e ha anche vissuto un anno esaltante. Con Monchi che con il tempo ha conquistato tutti.