Il 26 novembre 2000 non è un giorno come tutti gli altri per Gabriel Omar Batistuta da Avellaneda. Non può esserlo perché, per la prima volta, si trova a fronteggiare il suo passato. Un passato felice, ma che – per definizione – è solo un mucchio di ricordi riposti nella soffitta della mente e del cuore: sali di tanto in tanto a riguardarli con il groppo in gola e li accarezzi per evitare che si impolverino, quindi torni a vivere la tua vita. È la prima volta in cui incrocia da avversario la sua Fiorentina, la squadra in cui ha trascorso gli ultimi nove anni. Lì, sul Lungarno, Gabriel Omar è diventato "il Re Leone", o – più semplicemente - "Batigol".

Lui e i viola si sono lasciati come si lascerebbero due persone che a lungo si sono amate e che, perciò, in una certa maniera forse si ameranno per sempre: senza scenate, senza urli o strepiti isterici, ma con la voce che si incrina e gli occhi lucidi. È arrivato a Roma per vincere lo Scudetto, e fin dai primissimi giorni in giallorosso si vede che la Roma è un'altra cosa. Merito di Capello, di Samuel, di un Totti ormai gigante... Ma è probabilmente lui a far scattare quel "clic" decisivo nella testa di tutti: squadra, società, tifosi, città. Roma e la Roma si riscoprono di nuovo grandi insieme a quella chioma bionda, a quel destro che è rasoio e dinamite, a quella mitraglia sotto la Sud.

Quando scende in campo lancia un'occhiata ai suoi vecchi tifosi, quelli che ha fatto sognare a Highbury e al Camp Nou, a Torino e a Milano. Quel pallone spostato ad ingannare Adams e Winterburn che regala ai viola la vittoria contro l'Arsenal, il missile su punizione e quell' "Irina te amo!" gridato dentro la telecamera con gli occhi sgranati... Tutto torna alla mente, stringe la gola e la bocca dello stomaco.

È il passato, però. Il presente è giallo come il sole, rosso come il cuore che non smette di battere, che vuole continuare a battere nonostante tutto. Bati in campo non è il solito killer, fallisce un paio di occasioni che contro qualsiasi altra squadra probabilmente avrebbe tramutato in gol. La partita volge al termine e la Roma capolista sembra destinata ad impattare. Ci abbiamo provato in tutti i modi, ma la Fiorentina è organizzata e concede poco. Servirebbe un mago in grado di tirare fuori il coniglio dal cilindro. Servirebbe il jolly... anzi, il Re, quello che sbanca il tavolo e condanna tutti gli altri.

Solo lui può fare una cosa del genere. E quando Zago alza quel campanile e Guigou la appoggia di testa, tutto sembra scritto, deciso. La botta di destro è centrale, sì, ma Toldo è fuori dai pali. Nel momento in cui il collo del piede destro di Bati impatta il pallone, tutto lo stadio trattiene il fiato. Tutti – romanisti e fiorentini – aspettano un verdetto che forse era già stato stabilito dal destino. Perché l'unico modo per fare i conti con il proprio passato è affrontarlo. Una resa dei conti in stile cowboy, se solo non ci fossero così tanti ricordi, così tanti legami.

Scorrete mie lacrime. C'è un brano del compositore inglese John Dowland che sembra scritto proprio per questo gol, nonostante risalga al XVI secolo. Scorrete mie lacrime, mentre il popolo giallorosso esplode di gioia e quello viola di dolore. Tutti abbracciano il Re, gli saltano addosso. Lui resta lì, immobile. Nessuna sceneggiata, nessuna ostentata non-esultanza teatrale. Niente di tutto questo. Gabriel Omar Batistuta da Avellaneda ci ha regalato la vittoria, ma piange. Scorrete mie lacrime. Tanto, come diceva l'androide di Blade Runner, "tutti quei momenti andranno perduti nel vento come lacrime nella pioggia". Roma fa festa e compie un ulteriore passo verso la terza estasi grazie a lui, che piange tra le braccia di Francesco Totti. Il passato non si dimentica, mai. Ma per diventare grandi bisogna fronteggiarlo. È l'unico modo che hai per liberarti di certi fantasmi e per regalare ad un intero popolo la gioia più grande.