«Sono venuto per parlare dell'episodio che mi ha visto coinvolto, mi lascia dispiaciutissimo. C'è poco da dire, ho provato a bloccarlo con una manata, le immagini sono brutte. Con la Lazio ce le eravamo date con Parolo e Bastos, sapevo che avrei dovuto stare attento, stavolta ho trovato uno che si è buttato. Chiedo scusa ai miei compagni, al mister e ai tifosi. Mi dispiace tanto, ma ripartiremo».

Non si può che partire da qui, dal mea culpa, inevitabile, di Daniele De Rossi. Una confessione davanti a microfoni e telecamere della televisione di casa. Ci ha messo la faccia come si dice in questi casi, roba che comunque non riconsegna alla Roma i due punti buttati a Marassi, ma che in ogni caso non può che essere sottolineata, non tutti l'avrebbero fatto. Certo però non può essere che pesantemente colpevolizzato l'episodio che lo ha visto coinvolto. Perché De Rossi ha fatto una cacchiata colossale, impiccando una partita che ormai la Roma aveva in mano per quella che sarebbe stata la tredicesima vittoria consecutiva in trasferta, la sesta in questo campionato. E invece, la vena si è chiusa un'altra volta. E allora...

Colpevole. Ieri. Senza se e senza ma. Quattro in pagella, multa della società che non sarà neppure leggera (dipenderà dalle giornate di squalifica, non meno di due), l'inevitabile banco degli imputati dove la soluzione migliore anche per l'avvocato più bravo al mondo non può che essere la confessione, il rito abbreviato, invocando l'attenuante della vena che si chiude. Che, poi, caro Daniele, quella vena che si chiude non può più essere u n'attenuante. Hai trentaquattro anni e otto cartellini rossi in campionato alle spalle con la maglia giallorossa, il quindicesimo in totale tutto compreso, sbagliare si può, risbagliare pure, insistere è difficile da accettare. Stavolta, pur continuando a volerti bene sia chiarissimo, non riusciamo ad aggrapparci a nulla per provare a tracciare una linea difensiva che possa in qualche modo attenuare una stronzata di proporzioni ciclopiche. La tua, la nostra Roma, era passata in vantaggio da una manciata di minuti, la partita sembrava ormai in discesa, più facile pensare al secondo gol che al pareggio del grifone, le distanze dal vertice sarebbero rimaste le stesse, sarebbe stata la tredicesima vittoria consecutiva in trasferta, e tu che fai? Calcio d'angolo per i padroni di casa, soliti movimenti in area di rigore, tu, caro Daniele, devi seguire quella faccia poco simpatica di Lapadula, uno che è mezza spanna più basso di te, vi prendete per le braccia e lì succede il fattaccio, quella vena maledetta ti si chiude, gli piazzi uno schiaffone sul guancione. Un po', ricorderai caro Daniele, come accadde in un derby, quella volta Mauri ad accorgersi della tua manona, anche se quello di episodio fu più grave, questa volta Lapadula ci ha messo del suo esagerando come una comparsa che spera di diventare un attore protagonista. E poi, caro Daniele, ormai anche te dovresti aver capito che con l'introduzione della Var certi episodi non possono più passare inosservati come è accaduto per decenni nel nostro calcio. Siamo sicuri che lo sai, tanto è vero che la prima cosa che vai a fare, avendo già capito di aver commesso l'errore imperdonabile, provi a ritirare su la comparsa Lapadula che sembrava fosse stato colpito da un gancio di Mohammed Alì. Ma ormai il danno era stato fatto, l'arbitro Giacomelli era già stato avvertito dagli impeccabili operatori al Var (fateci fare i puzzoni romanisti, perché nel primo tempo gli stessi operatori del Var non ne hanno richiesto l'uso in occasione del fallo di mano di Laxalt in area di rigore? E perché non lo hanno fatto alla fine quando lo invocava Fazio nell'ultima azione della partita? Forse stavano prendendo un doppio caffè, chissà come erano nervosi a fine partita).

Alla fine non rimane una rabbia che chissà quando passerà. Soprattutto perché non avremo mai la risposta a una semplice domanda: Daniele, perché? Forse neppure te sei in grado di dare e darci una risposta. L'avessi trovata, certi episodi non sarebbero più accaduti. E invece stiamo qui ancora una volta a cercare di avere un perché. Che non può essere ridimensionato a un'antipatia personale nei confronti di quell'antipatico di Lapadula. E, ancora, non resta che raccontarvi di un De Rossi che dopo l'espulsione è sprofondato nella delusione e solitudine negli spogliatoi di Marassi, distrutto perché sapeva di aver rovinato tutto. Quando i compagni sono rientrati lo hanno trovato con la divisa sociale e gli occhi che dicevano tutto, la testa bassa, le scuse, la voglia di ripartire come ha ribadito davanti alle telecamere. Ormai, forse, è pure inutile cercare una risposta. L'unica cosa da sperare è che non lo faccia più. Continuando comunque a volergli bene.