Viva viva Sant'Eusebio. Cantava così il coro di Nora Orlandi in quel capolavoro di Nino Manfredi, «Per grazia ricevuta», film che consigliamo ai più giovani. Anche se l'Eusebio in questione, of course, non ha nulla di sacro perché non può essere altri che Eusebio Di Francesco, abruzzese di Pescara, romano d'adozione, anni quarantotto, un passato da calciatore mica male tra cui 129 partite con la Roma e sedici gol, un presente da allenatore sempre della Roma. Capace, in sedici partite ufficiali, di trasformare i dubbi in certezze proiettate in un futuro dove i sogni hanno tutti i diritti di essere alimentati. Uscito trionfatore dal derby di sabato scorso, sempre più grande capo di una Roma ormai autorizzata a sognare in grande. Anche se lui, Sant'Eusebio, continua a preferire il profilo basso.

Il top player

È lui il top player di questa Roma. Il condottiero di una Squadra. Con la esse maiuscola, perché questo è il primo merito di questo signore che nella sua seconda avventura giallorossa sta facendo un grande lavoro. Ha costruito una Squadra. Che lo segue ormai senza se e senza ma, convinta di poter andare lontano. Come ha fatto nel derby, vinto con indiscutibile merito al di là di qualsiasi facezia possa essere sostenuta da qualche umorista fallito. La Roma è stata più forte, punto. Perché è stata una Squadra che credeva in quello che faceva.

Sant'Eusebio alla vigilia lo aveva anticipato. Quella frase, «non dobbiamo snaturarci», è stata la chiave vincente. La Roma non si è snaturata. E ha vinto. Questo non snaturarsi costituisce la vittoria più importante di Sant'Eusebio. Lo ha capito pure lui. Tanto è vero che nell'euforia del dopo partita, prima ancora della vittoria che pure lo aveva fatto godere, la cosa che ci ha tenuto di più a sottolineare, è stata quell'essere entrato nella testa dei suoi calciatori. Roba chevale praticamente tutto per un tecnico. Roba che, quando è arrivato, non si pensava sarebbe riuscito a fare in uno spogliatoio impegnativo molto di più di quelli che fino a quel momento aveva frequentato. Invece è accaduto l'esatto contrario. La Roma è una Squadra che segue il suo allenatore sempre più convinta di essere sulla strada giusta. Nella convinzione che soltanto facendo così si potrà arrivare a vincere qualcosa d'importante.

Le svolte

Sono stati tre i punti di svolta dell'escalation difranceschiana in questo suo primo anno sulla panchina giallorossa: Celta Vigo, Napoli, Chelsea a Londra. Tutto è cominciato in Galizia, nord della Spagna, amichevole di precampionato. La Roma ne prende quattro nel primo tempo. Sembra già tutto sfasciato prima ancora di cominciare. Sembra. Perché Di Francesco in quell'occasione, nell'intervallo di quella partita e poi nei giorni successivi, è riuscito far capire ai suoi giocatori quello che voleva e il punto d'arrivo dove voleva arrivare. I calciatori cominciarono a toccare con mano di avere di fronte un allenatore con le idee chiare e, soprattutto, un uomo serio. Percepì meno il nostro ambiente. Al punto che la prima di campionato a Bergamo contro l'Atalanta, per Di Francesco era già diventato l'esame finale. Superato, peraltro, a pieni voti. Ma certo il lavoro non poteva essere concluso. Le tensioni e i dubbi riaffiorarono a causa di una sconfitta ai confini arbitrali, anzi oltre, con l'Inter, ma in particolare dopo i primi quarantacinque minuti con il Napoli all'Olimpico. La squadra di Sarri aveva segnato un gol e dato una dimostrazione di forza che pareva aver ucciso qualsiasi sogno di grandezza giallorosso. Sembrava, pure qui. Perché nell'intervallo di quella partita, la voce e le parole di Di Francesco segnarono la seconda svolta. Quella decisiva. Si toccò con mano già nella ripresa contro il Napoli. Il risultato non cambiò, ma la testa dei giocatori sì. Li aveva conquistati. Da quel momento lo avrebbero seguito a scatola chiusa. Per averne la certezza, Sant'Eusebio aveva bisogno solo di una conferma. Arrivata, puntuale ed entusiasmante, a Stamford Bridge contro il Chelsea di Antonio Conte campione d'Inghilterra. Mai si era vista una Roma così sfacciata e offensiva come quella che abbiamo applaudito in quella serata londinese. Pressing alto, velocità d'esecuzione, obiettivo rubare palla e tempi agli inglesi. Solo qualche disattenzione difensiva non consentì di ottenere il secondo successo di sempre in Europa nella storia romanista. Un dettaglio, comunque. Perché il percorso ormai era stato tracciato e i calciatori avevano dimostrato di voler seguire anche bendati le direttive del loro grande capo. Da quella serata londinese la Roma non ha più sbagliato nulla. E quando lo ha fatto ha sempre avuto la forza di andare oltre e riprendersi quello che gli spettava e meritava. Il grande capo sapeva che il primo grande obiettivo era stato raggiunto. Aveva costruito una Squadra.

Il turnover

Il secondo, grande, merito di Sant'Eusebio è stato quello di non far sentire nessuno un ballerino di terza fila. Tutti protagonisti. Perché il grande capo ha dimostrato con i fatti che la formazione non la faceva in base ai nomi e alle buste paga, ma per quello che vedeva in allenamento. Gerson è l'emblema di questo concetto. Da pacco brasiliano dimenticato da tutti, a protagonista. Mica a Benevento, ma a Londra contro il Chelsea. E il ragazzo, non va mai dimenticato che ha ancora soltanto venti anni, ha risposto sempre meglio, fino alla doppietta a Firenze. Il fatto che poi nel derby sia stato rimesso in panchina, non lo ha indispettito per niente, al punto che quando nel finale Sant'Eusebio lo ha rispedito in campo, il brasiliano ha risposto con personalità, fisicità, intelligenza, dimostrando di essere dentro la Roma. Come tutti gli altri, del resto. Che dire, per esempio, di Brunetto Peres che entra, ferma Lukaku in fallo laterale ed esulta come se avesse fatto un gol? L'ennesima conferma di come sia nata una Squadra. Grazie a Sant'Eusebio.

La personalità

Non è stato bravo solo in campo il grande capo. Lo è stato anche fuori. Mai una parola o un concetto sbagliati, soprattutto il coraggio della franchezza della persona che non ha mai bisogno di abbassare lo sguardo. Ha sorpreso, soprattutto considerando che doveva fare i conti con un'eredità pesante come quella di Spalletti. La sincerità con cui ha affrontato un ambiente che, pur se cambiato dai suoi tempi, conosceva, è stata un'altra delle chiavi con cui Sant'Eusebio è riuscito a mettere insieme dodici vittorie e due pareggi nelle sedici partite ufficiali (e su una delle due sconfitte, quella contro l'Inter, si potrebbe stare qui a discutere all'infinito). Il tutto senza mai andare sopra le righe. Come ha fatto al fischio finale del derby. Ha esultato con compostezza, poi con un grande sorriso si è diretto in mezzo al campo per ringraziare i suoi giocatori che gli avevano regalato una delle gioie più grandi da quando siede su una panchina. Poi, però, quando gli hanno chiesto di andare a far festa sotto la Sud, ha declinato facendo capire che non è ancora arrivato il tempo. Arriverà, Sant'Eusebio, arriverà. Perché hai una Squadra, la Roma.