Si chiama Luca Fioretto ma è campione del mondo di sciabola. Non è un gioco di parole, che forse lo accompagna pure da tutta la vita, o dall'età di sei anni, quando ha iniziato a praticare la scherma. È semplicemente l'impresa che ha compiuto a Torun, in Polonia, a inizio aprile insieme ai suoi compagni con la Nazionale Under 20 di cui fa parte.

Luca Fioretto, classe 2000, 19 anni da compiere a luglio, giovane promessa della scherma azzurra, in forza al Roma Club Scherma, infatti, coltiva fin da piccolo una passione ereditata da suo fratello, che ha iniziato prima di lui, e che oggi è la sua vita.

«Ho scelto la sciabola perché è la più veloce, a differenza del fioretto che è più tattico o della spada che è più riflessiva. Ma io preferisco l'azione, la trovo più divertente», racconta al Romanista Tv. «Sono ancora molto emozionato per la vittoria dell'oro, se ripenso a quei momenti mi viene la pelle d'oca. Voglio rivivere quella sensazione nella stagione prossima nel mio ultimo anno con l'U20».

Dalla soddisfazione al ritorno al lavoro, con i nuovi obiettivi, perché Luca ha ripreso a testa alta: «Ci si allena meglio dopo una vittoria del genere, ma bisogna sempre mantenere i piedi per terra per non essere arroganti. In allenamento spingo sempre alla stessa maniera, la scherma mi diverte e non sento la fatica. Ho voglia di fare bene e mi viene in maniera naturale».

Testa bassa, dunque, in vista del 12 maggio, giorno in cui Fioretto si giocherà la qualificazione ai campionati italiani Assoluti, in concomitanza con Roma-Juventus. Già, la Roma, perché Luca è appassionato di calcio, ma soprattutto tifosissimo della squadra giallorossa, tanto che cerca sempre di evitare contemporaneità con la sua carriera di schermidore: «Ma non sempre ci riesco, quando non posso evitare cerco di non avere spoiler sul risultato per poi vedermi in pace la partita appena ho tempo, ma non è facile, tra messaggi e notifiche...».

La Roma è una questione di cuore e di famiglia: «Sì, siamo tutti romanisti. Ci sono proprio nato, specialmente mio zio mi ha "iniziato", mi accompagnava sempre allo stadio. Non sono mai potuto andare in trasferta e mi sarebbe piaciuto, ma ci sarà tempo».

E poi la squadra giallorossa è pure un po' un amuleto per il talento romano: «Sì, ho la mascotte Romolo che sta con me e mio fratello da quando siamo piccoli, è un regalo di nostro nonno. Giusto allo stadio (dove è abbonato in Sud, ndr) non lo portiamo per evitare che si rovini. Viaggia sempre con me, ovviamente c'era anche in Polonia, ha girato tutta l'Europa...», confida confermandosi «romanisticamente» scaramantico.

Nella Roma che è ed è stata dei suoi idoli Totti e De Rossi, «due bandiere uniche» e che ora punta parecchio sui giovani segue attentamente il suo coetaneo Zaniolo: «Si può essere bravi tecnicamente, ma la testa è fondamentale, lui si vede che non ha paura di sbagliare, ha personalità. Io come lui? Sono questi gli anni in cui si emerge anche nella scherma, ma sono due sport diversi. È questo il momento in cui la mentalità fa la differenza».

Un po' Zaniolo, un po' Schick, perché Luca, come l'attaccante ceco della Roma, ha anche una mental coach che lo accompagna: «Si chiama Maddalena Ferrari. È un supporto alla vita dell'atleta più che allo sportivo, ti aiuta a non essere insicuro, può diventare una valvola di sfogo, ti sostiene per acquisire la concentrazione. Mi sento di consigliarlo anche ai giovani che stanno sfondando nel calcio. A me ha aiutato a non incentrare il mio lavoro troppo sull'obiettivo della singola vittoria e invece a fare bene una determinata azione e a usare bene la tecnica, perché da questo passano i successi».

Ovviamente, sacrificio dopo sacrificio, perché per arrivare al top il lavoro è un passaggio cruciale: «Molte volte ho dovuto rinunciare ad uscire con gli amici, a concentrare nel weekend i tempi di studio (l'anno prossimo si iscriverà all'Università, ndr), ma si fa per ottenere certi risultati e per arrivare fino in fondo».

Come è accaduto in Polonia, «il culmine». Per ora.