Elena ha otto anni e due grandi occhi marroni, che appena dentro al settore, in cima alla scalinata che porta dritto dritto al cuore della Curva Sud, spalanca. Guarda un momento il campo, ma è quando si gira e vede i "bandieroni" che inizia a capire in quale luogo incredibile l'abbia portata Marco. Adesso, spalancati gli occhi, resta aperta anche la bocca. «Che bello, papà». L'ingresso non era stato così agevole. La Sud quest'anno è di nuovo piena, esaurita in abbonamento. E se anche gli abbonati in tribuna Monte Mario possono portare un bambino gratis allo stadio, per noi la missione è più difficile, e comunque vincolata alla soglia del metro: chi sta sotto, può entrare, chi lo supera no. Elena, che pur non essendo un gigante quella soglia l'ha superata da un po', si stringe alle spalle di Marco, e spera. Lo stringe come non faceva da un pezzo, impegnata, come tutti i bambini della sua età, in quel graduale distacco dall'invadenza di una figura paterna troppo appiccicosa per lei, che in fondo si sente già una signorina. Al primo filtraggio,qualche mugugno. Il ragazzo che controlla i titoli d'ingresso è in imbarazzo, esita a dare il via libera. Elena ci mette del suo e si rannicchia per sembrare più piccola, poi lo fissa negli occhi e arriccia il labbro inferiore fino al punto da renderla imbronciata. Impossibile dirle di no, e infatti prevale il buon senso: non si rubano le caramelle a una bambina per qualche centimetro.

Roma-Udinese è cominciata così.Il sole alto e caldo a ricordare l'estate proprio nel giorno del suo commiato e un ambiente reso leggero dalle due passeggiate della Roma contro Verona e Benevento. Ciccio, invece, è preoccupato. Ne ha viste troppe di giornate iniziate leggere e diventate macigni sullo stomaco. Bambini allo stadio, clima disteso, aria di festa: gli ingredienti per un pomeriggio romanista in cui all'improvviso il cielo si fa nero fino a portare tempesta ci sono tutti. Del resto, la Roma è sempre stata così: forte con i forti, salvo poi scoprirsi improvvisamente debole con i deboli. Ci pensano il solito Dzeko e il redivivo El Shaarawi due volte, a spazzare via le nubi che pure si erano addensate quando, pronti via, l'Udinese aveva subito trovato la porta con un tiraccio maligno smanacciato da Alisson.

Il tre a zero alla fine del primo tempo, è uno spartiacque tra il dovere e il piacere: il dovere di fare filotto in queste tre partite sulla carta più abbordabili, e il piacere di pensare ad una trasferta allo stadio San Siro di Milano che potrà dirci se oltre al bel gioco la Roma di Eusebio Di Francesco potrà ambire a un campionato da vertigini. Ora, mentre Ciccio e Carletto discutono fitto fitto su se e come andare a Milano domenica prossima – macchina o treno, pranzo in saccoccia oppure pausa pranzo in qualche ristorantino tra l'Emilia Romagna e la Lombardia – Elena non ha occhi che per la Curva Sud. Che canta e sventola, ride e si compiace della sua ritrovata armonia. Il fatto nuovo arriva a metà del secondo tempo, quando Di Francesco concede un po' di riposo a Dzeko, sostituendolo con Defrel. È in quel momento che la Sud, e il resto dello stadio con lei, abbandona la radicata ritrosia a concedersi ai giocatori e lo omaggia, adottandolo: «Olè, olè, olè, olè, Dzeko, Dzeko!». «Papà, quando giochiamo la prossima?». Marco ha sentito bene,Elena parla di Noi, prima persona plurale: è diventata romanista.