Figlio di Secondo Ferraris, Attilio Ferraris IV è stato il primo. Il primo capitano della Roma. Numeri ordinali di una vita e di una carriera che non sempre è stata ordinata, ma che è stata vera, intensa, romanista. Ferraris è IV non per le figurine Panini, che nella sua epoca ancora non esistono. Ma perché, degli otto fratelli, è il quarto a giocare a calcio, dopo Paolino, Igino e Fausto. È anche il più bravo e il più innamorato del pallone. Spesso a cena, nella casa di Borgo Pio, manca solo lui. Allora la mamma dice alla sorella Jolanda: «Vallo a cercare alla Fortitudo». Sta lì, col pallone tra i piedi e Fratel Porfirio a insegnargli il calcio e la vita.

Quando nasce la Roma, Attilio Ferraris IV è già famoso. È l'idolo dei tifosi (e delle tifose) della Fortitudo. Viene naturale che sia lui il primo capitano. Lo era già tra i Leoni di Borgo, leader naturale al punto che un giorno, vedendo un compagno di squadra non proprio concentrato, lo spedì fuori dal campo. Meglio giocare in dieci, che con uno che non dava il massimo. Alla Juventus non sfugge il fatto che quel cognome è piemontese. Un giorno nel negozio di bambole di Secondo Ferraris, in Via Cola di Rienzo, si presenta un avvocato della società bianconera e mette sul tavolo venti biglietti da mille per portare Attilio a Torino. «È vero, sono piemontese – risponde Secondo – ma non vendo mio figlio».

Non si vende, Ferraris IV. Casomai compra. Un po' di tutto. Per se stesso, ma più spesso per gli altri, perché è di una generosità unica. Ai bambini regala le maglie della Nazionale, a quelli che non hanno un vestito regala i suoi completi, pagale cene dei tifosi in suo onore. Una volta prese un giovane tifoso poverissimo, lo rivestì di tutto punto e lo portò in trasferta a Genova a vedere la Roma. Altri soldi, poi, se ne vanno per colpa di carte uscite male. «E se ne avessi altri, sai quanti me ne giocherei ancora...». Quando Italo Foschi si sente chiedere un mese di stipendio anticipato, risponde: «Ma Attilio, già ne hai avuti due». E lui subito: «Embè, famo tre». Aveva un debole, il fondatore della Roma, per il suo primo capitano e anche successivamente intervenne in più di un'occasione per difenderlo dalle ire di Renato Sacerdoti.

Scrisse di lui Vittorio Finizio, cantore della Roma di Testaccio: «Il suo stacco di testa risultava perfetto, senza sforzo. Ma addirittura favoloso era il suo senso della posizione. Aveva occhi di lince. Gli bastava una semplice occhiata per vedere tutto il campo, la sua mente prevedeva ogni mossa avversaria. Che io sappia, solo Meazza, Pelè e Di Stefano furono capaci di tanto. Tutto ciò veniva sublimato dal ruolo di centromediano, perno e asse portante della squadra». In mezzo al campo, prendeva botte e le dava, correva per due, forse per tre, inventò la rovesciata come gesto difensivo e quando gli chiedevano come facesse rispondeva: «E che ne so?».

Attilio Ferraris IV era la Roma. Festeggiò la presenza numero 100 tra campionato e coppe in occasione della partita ufficiale numero 101 della Roma, Roma-Alessandria 2-0 del 5 ottobre 1930 (aveva saltato solo Roma-Legnano 4-1 del 30 settembre 1928, vista la sua assenza al suo posto debutta a mediano destro un altro monumento di Testaccio, Raffaele D'Aquino). Quando arrivò Fulvio Bernardini, non esitò un secondo: «Il capitano fallo tu, Fu'. Sei er mejo». Il 20 gennaio 1929 Fulvio venne alle mani con un avversario e la fascia tornò ad Attilio. Avevano già giocato insieme. Il 25 marzo 1928, prima presenza di un romanista con la Nazionale, Italia-Ungheria 4-3. Erano diversissimi, Fulvio e Attilio, e per questo sono stati sempre amici e uniti, in campo e fuori. Da una parte il senso pratico, stradarolo, caciarone di Attilio. Dall'altro il modo sottile, onirico, di guardare alla vita di Fulvio. Entrambi innamorati del calcio e della Roma. Fulvio sognava le partite. Attilio gli rispondeva: «A Fu', nun dà retta ai sogni, la vita vera è a occhi aperti».

A campo Testaccio, il 15 marzo 1931, in Roma-Juventus, Raimondo "Mumo" Orsi provò a superarlo con un pallonetto. Lui ricacciò indietro il pallone con la sua rovesciata. «A Mumo, nun ce riprovà, sinnò a Torino torni rotto». Roma-Juventus 5-0. «Vorke, palla a terra, ce sta er vento. Palla a tera, fijo de ‘na mignotta!» urlò una volta in campo. «Attilio, guarda che ha segnato», gli fece notare Bernardini. «Uh, è vero. Vabbè, fijo de ‘na mignotta n'antra vorta». Come chi si estranea dalla lotta,secondo il giuramento che faceva recitare ai compagni prima delle partite. Non s'è mai estraniato. Da niente. Anche dalla vita, vissuta con qualche eccesso di troppo. Fumava sessanta sigarette al giorno, come confessò al ct azzurro Vittorio Pozzo, che lo volle comunque con sé. In un'altra occasione, lo incrociò nel cuore della notte nella hall dell'albergo dove erano in ritiro con la Nazionale: stava uscendo. Mica lo nascose. E il commissario tecnico perdonò. Giocava, non solo al calcio. Anche a poker. Al casinò. A Marsiglia perse tutti i soldi guadagnati come premio-partita dopo aver affrontato la Francia con la rappresentativa dell'Italia del Sud. Ma quando l'allenatore lo mandò a letto alle 10, il giorno dopo giocò una delle sue peggiori partite.

Fu cacciato dalla Roma perché iniziò a irridere i laziali troppo presto in un derby, che la Roma stava vincendo 3-0 e poi finì 3-3. E finì proprio alla Lazio. Al primo derby dell'anno dopo, a Testaccio, fu sommerso di fischi. Era il capitano dei biancocelesti e Bernardini era il capitano della Roma. Attilio e Fulvio si fecero uno incontro all'altro. Si guardarono negli occhi. Un momento dopo, Bernardini baciò Attilio, il traditore. E il pubblico di Testaccio applaudì, perdonandolo. Era il capitano della Roma anche quando era il capitano della Lazio.

Morì sul campo, nel 1947, in una partita tra vecchie glorie. Lo aveva quasi presagito, prima di iniziare a giocare, a Montecatini: «Nun me fate fa' la fine di Caligaris», disse, riferendosi al terzino morto sul campo in occasione di un'altra amichevole. Quando Ferraris IV se ne andò, Fulvio Bernardini non parlò, ma si affidò alla scrittura per salutare l'amico: «Uomo di combattimento, irriducibile lottatore sei sempre stato, nella vita e nello sport. E anche per allontanarti definitivamente da questo mondo da combattente sportivo, pagando con la vita un omaggio alla passione inesauribile. Con la tua scomparsa c'è oggi nel mondo una grande tristezza in più. Addio, Attilio ».

Qualche tempo dopo, lo stesso Bernardini (che aveva messo sulla bara la sua maglia della Nazionale, perché quella di Attilio non si trovava) lo ricordò così: «Che tu abbia fatto una grande carriera nel calcio era scontato. Che tu piacessi alle donne e che fossi abile al biliardo e al poker se ne accorgevano tutti. Ma l'uomo vero, coraggioso e generoso era riservato a una ristretta cerchia di amici e io vi ero compreso, anzi privilegiato, perché ti ero vicino la domenica in campo. I miracoli di altruismo che ti ho visto compiere negli anni della nostra bella amicizia sono tanti. Per il disprezzo che portavi per i tuoi personali interessi e per l'amore che portavi agli altri, io dico che eri un santo. Mentre per i più passavi per uno scapestrato».