Vincenzo non ha fame, non mangia. E non aveva appetito neanche ieri. Ha smesso di mangiare da due mesi. Spizzica, come si dice a Roma. Fermo a quel tredici gennaio in cui una telefonata gli ha comunicato che Fiorella, sua moglie, s'era spenta e che lui manco avrebbe potuto salutarla. Guardarsela un'ultima volta. Con lo stesso sguardo con cui, tutte le mattine, la seguiva mentre lei gli preparava il caffellatte e lui – allineando la tazza al tovagliolo – apparecchiava la tavola come fosse una cena di gala. Si erano conosciuti una vita fa e poi, quella vita, l'avevano passata insieme costellandola di riti. «I nostri riti», li chiamavano così. Che a ripensarli ora, Vincenzo, popola subito i suoi occhi di lacrime dolci ma poi, senza lasciargli solcare il viso, fa un respiro a ricacciarle via e sorride per non farsi vedere dal suo nipotino: Federico.
Perché Federico è la sua vitamina. Che quando gli monta sulle spalle gli fa scomparire pure il dolore dell'artrosi oltre quello, ancora più acuto, della mancanza della moglie. Per questo Luca, suo figlio, da quel giorno non l'ha più rimandato a casa e l'ha convinto a restare: i bambini sono l'antidoto alla tristezza. Figurarsi questo che non si stacca mai dal nonno. Tanto che a guardarli insieme, così complici, sembrano due di quei personaggi su cui scrivere una sitcom sentimentale. E questo, di sentimento, comprende anche il pallone perché ad unire il nonno al nipote non c'è solo una questione di sangue ma anche di cuore: la Roma.

Vi basterebbe guardarli mentre vedono la partita insieme: un mondo a sé stante, due complici con cui è impossibile comunicare. Stanno zitti. Si scambiano solo qualche cenno d'intesa. Che a osservarli fanno impressione perché sembrano una di quelle applicazioni che invecchiano la stessa persona: muovono nervosamente la gamba, si mordicchiano ugualmente le unghie in modo nevrotico, irrigidiscono i muscoli del viso con espressione simile per ogni tiro avversario e quando la Roma segna si voltano immediatamente l'uno verso l'altro come se ad aver fatto gol fosse stato il compare. Certe volte, quando sanno che la sera ci sarà la partita, mentre il nonno accompagna il nipote a scuola studiano la tattica in modo così appassionato che a starli a sentire viene l'illusione che potranno per davvero incidere sul risultato finale.

La Roma aggiunge la magia a questo rapporto, già di per sé, speciale. Al punto che ieri il piccolino ha rotto il suo salvadanaio e convinto il papà a portarlo in un negozio per acquistare una maglia della squadra da regalare, a sorpresa, al nonno. E poi, quando la commessa del negozio ha chiesto se sulle spalle avesse voluto metterci il nome di un giocatore, Federico ha risposto di getto: «Zaniolo».
Luca, suo padre, lì per lì non ha capito. Assistendo alla scena in silenzio e limitandosi a guardare quanta attenzione avesse messo suo figlio nel seguire ogni fase della pressatura. Poi, una volta in macchina, Federico ha tenuto per il tempo del percorso la busta sulle ginocchia fino a quando, una volta a casa, si è avvicinato lentamente al nonno – seduto su una poltrona, concentrato nella lettura di un quotidiano – per lasciargli, senza farsi vedere, quella busta accanto ai suoi piedi.

È stata lì per qualche minuto. Poi il signor Vincenzo l'ha vista e, guardandosi intorno per cercare di capire chi ce l'avesse messa, l'ha presa. L'ha aperta e, lentamente, ha tirato fuori la maglia della Roma. Sorridendo, felice. Fino a quando, girandola, ha visto il nome di Zaniolo. A quel punto è stato fermo un attimo e poi, stringendosela addosso come una coperta quando fa freddo, per la prima volta dopo due mesi una lacrima s'è fatta largo ed è riuscita ad attraversargli il viso. «Sei bello come Zaniolo», gli diceva sempre sua moglie per farlo sentire giovane.