A me la rivalutazione di Paulo Fonseca da parte dei critici a tassametro deontologico fa un po' schifo. Perché considero un errore giudicare una persona solo in base a quello che dà e non per quello che è. Figuratevi, perciò, quanto sia contrario a giudicare un allenatore solo in base ai risultati della propria squadra. Un parametro che, talvolta, solo marginalmente, comunque non in maniera determinante, chiama in causa un tecnico. La faccenda strana, però, è che nel caso di Fonseca si sia continuato a considerarlo un brocco, un peso per la Roma anche quando i risultati dicevano il contrario. E si è andati avanti di questo passo finché i risultati stessi non sono riusciti a spostare, a forza, i paraocchi di chi non vuole vedere la realtà oppure di chi non riesce a decifrarla.

Così, dopo il nono risultato utile stagionale, cinque vittorie e quattro pareggi (sul campo), si è scoperto che Fonseca in fondo non è cosi accio. Che non è uno sprovveduto. Come se le dieci vittorie - e i quattro pareggi (sul campo) - in campionato da quella lontanissima trasferta di luglio a Napoli fossero finte. Fino al 9+4, Fonseca era in bilico, precario e sotto continua osservazione; poi è bastato vincere contro la Fiorentina per ritrovarsi giudizi esattamente opposti. Mah. Ecco perché la sua rivalutazione, che puzza tanto di trappolone, non mi piace. Preferisco chi continua a dire e scrivere anche adesso che Paulo non vale una lira perché perlomeno è coerente. O con il paraocchi dell'incompetenza (eufemismo...) saldato sulle orecchie.

Troppo comodo, ora, tentare goffamente di recuperare il terreno perduto. Troppo sfacciato il desiderio di riposizionarsi. Per settimane (mesi) si è scritto che Fonseca era un allenatore sull'orlo del licenziamento probabilmente dando retta ai suggerimenti provenienti dal di dentro. Poi quando dal di dentro non si è più soffiato sul fuoco, forse perché non si aveva più la possibilità di farlo, ci si è accorti dei risultati a raffica della squadra. Bravi. Complimenti per la pulizia e la correttezza dei giudizi.

Detto tutto questo, ribadisco un concetto espresso in risicata compagnia quando Fonseca era ancora considerato un pippone: il portoghese non è il miglior allenatore al mondo. E non lo è neppure adesso che la Roma va che è un piacere. Ma non è neppure l'ultimo. E non era neppure l'ultimo quando qualcuno si affannava a raccontarvi il contrario.