È una guerra dei mondi, Roma-Juve, ma lo sono anche il confronto tra Di Francesco e Allegri e tra le due diverse filosofie di vita prima che di calcio, con i colori da una parte e il bianco e nero dall'altra. Tanta, troppa vitalità da una parte, tanto, troppo pragmatismo dall'altra. Chi vince alla fine ha sempre ragione e quest'anno, in qualche modo, hanno vinto tutti e due. Ha vinto di sicuro la Juventus (settimo scudetto, gli ultimi quattro tutti di Allegri, conditi pure da altrettante coppe Italia), ma ha vinto anche la Roma, con la stagione più bella degli ultimi tempi per via dei brividi della semifinale di Champions, ma anche per otto mesi brillanti di campionato, con la pausa di quei 38 giorni tra dicembre e fine gennaio che hanno condizionato la corsa fino a lasciare campo libero a Juve e Napoli.

Se però è lecito aggiungere qualcosa al di là dei numeri celebrativi, bisogna risalire alla camminata che Di Francesco si è fatto a fine partita sul prato dell'Olimpico per applaudire (ricambiato) ogni settore dello stadio romanista, in uno scambio di sincera ammirazione che faceva gonfiare l'orgoglio di ogni tifoso. Il riconoscimento al lavoro dell'allenatore della Roma va infatti al di là dei numeri. Perché se si potesse pesare il contributo dato dai tecnici alle due squadre non si può che convenire che il contributo di Eusebio al cammino della Roma sia stato eccezionale. E invece vincere come fa Allegri è un pochino più semplice, se puoi permetterti di tenere in panchina Douglas Costa, se hai in campo l'eccezionale qualità di Dybala e Higuain, se oltretutto sei l'unica grande ad avere uno stadio di proprietà dove la Juve costruisce ogni scudetto.

Il richiamo fatto in tv del tecnico toscano al calcio dei vecchi allenatori gli porterà l'applauso degli osservatori più tradizionali, ma non è un bel messaggio per chi ama il calcio e ne segue ogni evoluzione. Guardiola ha dimostrato che organizzando tatticamente e spingendo al limite i migliori si possono ottenere risultati eccezionali (e Allegri in Europa non a caso non sfonda). Di Francesco ha quasi azzerato il gap della Roma proprio attraverso il gioco. Nel dibattito ci teniamo il romanista.