Domenica mattina. Trigoria è baciata dal sole. Fa caldo, ma è un sole da pinne, fucile e occhiali, la voglia sarebbe quella di imitare Pallotta e farsi un bel tuffo in acqua. All'esterno qualche tifoso in attesa e ci ha fatto piacere vederne qualcuno con il nostro giornale in mano. All'interno la Roma di Di Francesco si sta allenando, già proiettata verso mercoledì, la sfida di ritorno della semifinale Champions contro il Liverpool. Il Romanista deve incontrare Monchi, il direttore sportivo arrivato poco più di un anno fa. Ci presentiamo come si deve, il direttore Tonino Cagnucci, il vicedirettore Daniele Lo Monaco, Piero Torri, Valerio Curcio, il nostro fotografo Gino Mancini. I pochi, sintetici ma precisi contatti precedenti, ci hanno fatto capire che Monchi ha intenzione di parlare alla gente romanista. Del Liverpool che c'è stato e, soprattutto, del Liverpool che ci sarà, domani, i novanta minuti tra i più importanti della nostra storia.

Ha letto il comunicato della Curva?
«Sì. Prima di tutto mi piacerebbe parlare di Sean Cox, dando continuità a quello che ha detto Pallotta. Il calcio e la vita sono due cose diverse in questo caso, io sono molto cattolico e prego per lui e la sua famiglia. Siamo esseri umani, spero che lui possa tornare a tifare per la sua squadra».

Avete avuto contatti diretti con la famiglia?
«Personalmente no, ma sono stati Mauro (Baldissoni ndr) e Umberto (Gandini ndr), con il presidente, a curare questo aspetto. Tornando alla domanda di prima, ho letto quel comunicato, so che non è nemmeno una cosa così solita: siamo di fronte a una partita unica. La storia di questa società dice che solo due volte c'è stata questa possibilità. Nell'84 e ora. È questo il momento di dimenticare qualunque cosa e tifare per la squadra. I ragazzi della Sud hanno detto che devono portare bandiere e voce. Io dico di più».

Che cosa?
«Mi piacerebbe che Roma fosse colorata di giallorosso. Già oggi. Che tutti i tifosi romanisti esponessero le bandiere sui balconi e facessero capire al mondo che Roma tifa Roma. In questo momento in cui si parla di violenza, facciamo capire che il tifoso della Roma non è violento. È il momento di essere uniti. Battere il Liverpool è più difficile che battere il Barcellona. Non esiste domani, finisce tutto mercoledì, non dobbiamo lasciare dentro niente. Ogni nonno, nipote, figlio, padre, madre: mercoledì giocano tutti. Io ho avuto la fortuna di vincere tanto a Siviglia, ma mai avevo sognato di arrivare in finale di Champions. Lo dicevo a mia moglie: ho sognato tante cose e tante ne ho realizzate, ma nella mia testa non c'è mai stata la finale di Champions. Tutti dobbiamo fare quello che dobbiamo fare. Alisson una parata, Dzeko un gol, Daniele un passaggio, gli altri che non giocano trasmettere il proprio tifo alla squadra. E dobbiamo essere convinti di poterlo fare, perché così è più facile farla».

La squadra è convinta?
«Penso di sì. Ma non significa che sia facile, non so se avete letto gli striscioni nello spogliatoio».

Sì. Dove le ha scelte le frasi che avete affisso nello spogliatoio?
«Ce le avevo in testa. A volte mi piace portarle fuori, altre volte è meglio tenerle dentro».

Spesso le esterna su Twitter.
«Anche a Siviglia lo facevo, mi piace dare la carica. Credo che la squadra sia convinta di potercela fare, nella consapevolezza che sia difficile. Il Liverpool ha il vantaggio del risultato, noi abbiamo l'Olimpico. Loro il 5-2, noi lo stadio. Roma».

Più difficile che battere il Barça...
«È diverso, noi non abbiamo meritato di perdere 4-1 lì. Forse meritavamo di perdere di più a Liverpool».

C'è chi non è d'accordo.
«Diciamo che in entrambe le partite abbiamo posto le basi per la rimonta. Quando loro hanno avuto la pressione della Roma hanno faticato. Dobbiamo prendere quei dieci minuti finali per andare avanti. Certo, il fattore sorpresa stavolta non c'è. Dobbiamo fare cose diverse. Poi il calcio è mister e calciatori. Fuori dobbiamo spingere. Se il Liverpool passerà gli faremo i complimenti. Applausi. Ma dentro non deve rimanerci niente, tutto quello che possiamo dobbiamo portarlo fuori».

Fuori dal campo che cosa si aspetta?
«Spero che regni la pace e che sia un giorno utile per dimostrare al mondo che siamo civili. Che sia
una festa del calcio. Credo che in quanto a sicurezza si stia facendo tutto ciò che si deve».

Questa situazione può pesare sull'arbitraggio?
«Spero di no, ho sempre creduto nell'autonomia degli arbitri».

Le conseguenze, le eventuali decisioni che prenderà l'Uefa, vi spaventano?
«Ci sono pochi precedenti per fortuna, per me l'importante è che quando un organismo prende una decisione equivalga a una soluzione al problema, che ci sia un senso nella decisione».

La squadra come ha vissuto gli incidenti?
«Penso che dentro ognuno di loro ci sia un po' di preoccupazione. Loro di fondo vogliono solo fare calcio».

Ha visto la finale con il Liverpool dell'84?
«Non ricordo bene, ho visto qualche immagine. Per i romanisti è sempre una rivincita. Penso che ci siano tante cose sufficienti per dare la carica, per i calciatori però guardare avanti penso sia meglio. È la possibilità di fare quello che tutti hanno sognato. La carica è già al top, dobbiamo solo gestirla. Lo so che ieri, prima di ieri, per carità c'era il Chievo, ma poteva essere normale che tutti avessero la testa a mercoledì. Nessuno di noi ha avuto la possibilità di essere vicino a questo successo».

Totti non l'ha mai giocata.
«Neanche Ibrahimovic se è per questo. Daniele, Aleksandar, Edin la carica ce l'hanno».

Erano particolarmente tristi dopo l'andata.
«È normale, può essere stata un'occasione persa».

Sono un segnale di maturità le vittorie su Spal e Chievo?
«Essere qui a parlare di una finale è già un segnale di crescita. Penso che non dobbiamo fermarci qui, indipendentemente da quello che faremo. Non è solo in ballo la qualificazione, ma il modo in cui affronteremo la gara. Fare una partita da grande squadra, è già uno step fatto».

Che cosa ha imparato di nuovo su Di Francesco in questi giorni?
«È difficile trovarlo, come dire?, fuori strada, fuori da se stesso. Io sono un po' più maniacale, forse così è nato il nostro rapporto. Io a volte sono un po' più caldo. Vengo dal sud della Spagna, ma anche qui fa caldo... Mi piace Di Francesco, da questo punto di vista non lo conoscevo. Ho parlato con lui tre volte prima di prenderlo, ma anche quando ti fidanzi, all'inizio, non ti racconti cose negative. Dopo un anno di lavoro, in cui abbiamo vissuto momenti difficili, ho sempre trovato una persona serena, mi è piaciuto come ha gestito i momenti complicati. È importante anche per il mio lavoro trovare di fronte a me una persona equilibrata. Se hai di fronte una persona che ogni giorno cambia i propri gusti, non sai cosa fare».

Parliamo di Schick, si aspettava tante difficoltà?
«Mi aspettavo questo percorso, sapevo che non poteva riuscire subito. È vero che ha avuto un problema fisico importante, poi anche i primi sei mesi non è mai stato bene, ha anche giocato sotto pressione. È un segno di maturità anche questo. Poteva restare indietro, invece ha sempre voluto giocare e mettere la faccia. Siamo vicini a vedere il vero Patrik, ma credo che manchi ancora un po'. Nel primo tempo col Chievo e nella partita di Barcellona si è visto lo Schick che vogliamo vedere».

Ha conosciuto altri calciatori che hanno fatto le stesso percorso?
«Tanti hanno fatto un percorso similare. Dani Alves ha impiegato un anno e mezzo per acquisire la fiducia di tutti, all'inizio sembrava un giocatore normale. Ma lo stesso Luis Fabiano, Kanoute. Qui abbiamo l'esempio di Ünder. O dello stesso Pellegrini, cresciuto a Trigoria. Serve tempo. Io ho fatto il percorso a Siviglia dalla seconda alla prima squadra, un mio ex compagno, Nacho, mi diceva sempre che non è difficile arrivare ma rimanere. Il problema è restare De Rossi,
Dzeko, Totti».

Avete ripensato a quello che è successo a Dzeko a gennaio? Sarebbe stato un errore venderlo?
«Due cose: se Edin fosse andato via, avremmo portato qualcuno. Il futuro non si può prevedere. Altra cosa: pensate che se la Roma avesse voluto privarsi al cento per cento di Dzeko non lo avrebbe venduto? Che non avremmo aiutato il Chelsea a convincere Edin? Penso davvero che nessuno dei tre fosse convinto. Noi perché conosciamo le sue possibilità. Lui perché è felice qui. Il Chelsea perché il profilo di un trentaduenne non corrispondeva ai loro programmi. Capita che tratti, ma non sei convinto e pensi a come uscirne. Nessuno era convinto. Edin è uscito prima di Emerson».

Cioè?
«Riavvolgiamo. Arriva prima la possibilità di cedere Dzeko, piuttosto che Emerson. La cessione di Emerson ci ha aiutato a essere più tranquilli. Quando si complica Emerson, andiamo un po' in fatica, perché dobbiamo vendere. Per questo il percorso di Edin è stato più lungo. Non è facile negoziare sapendo che hai bisogno di soldi. Quando abbiamo trovato l'accordo per Emerson, è stato più semplice uscire dalla questione Dzeko».

Abbiamo un dubbio sulla filosofia della Roma, anche se capiamo che spesso non c'è stata alternativa.
«Aspetta, se riduciamo gli stipendi sì».

Ok, ma il dubbio è questo: oggi la Roma, se avesse Totti a 26 anni, lo venderebbe?
«Non lo so, magari trovi altri calciatori che ti consentono di non vendere Totti. Come nel caso Salah. Mica sono stupido. Oggi siamo in una situazione diversa, ma un anno fa... I numeri della Roma sono pubblici. La Roma vende Salah, Paredes, Rudiger e chiude sotto di 42 milioni. Non è stato facile, dovevamo trovare soluzioni. Ora è diverso. Vendere dipende da noi. È cambiata la situazione, non so se totalmente, ma comunque tanto. Continuiamo con un'ambizione forte. È vero che qualche volta dobbiamo vendere, ma abbiamo una squadra forte. La medaglia ha due volti, spesso non si guardano entrambi».

La domanda è legata anche all'appartenenza. Sono incedibili "certi" giocatori bandiera?
«I tifosi tifano per i calciatori e per il successo. Totti è una cosa diversa, come Daniele. Se dici a un tifoso vendo Edin ma vinco lo scudetto, tutti direbbero "va bene". Comprendere la propria squadra per me significa anche capire questo. Sai che loro sono l'ultima cosa che devi toccare. Vendi la macchina, vendi un gioiello, per ultimo vendi la casa di tuo padre. Sai quali sono le priorità. Noi abbiamo venduto la macchina. Oggi le cose sono cambiate, non siamo in una situazione perfetta ma migliore sì».

Conta l'appartenenza per vincere o è un limite?
«Ovvio che è un valore, non un limite. Ma lo ribadisco, preferisco giocatori forti che mi fanno vincere, piuttosto che tifosi della propria squadra. A me piacciono i mercenari: che si fanno pagare e rendono per quel che valgono. Poi quando mi parlate di Totti e De Rossi mi parlate di calciatori fortissimi, che non sono solo tifosi. I tifosi devono fare i tifosi».

Alisson è un esempio.
«I tifosi lo vogliono perché è forte. I tifosi non sono scemi. Radja è un beniamino, ma perché è forte».

Anche Monchi non è tifoso della Roma ma è forte.
«No, ho ancora tanto da imparare, sono un tifoso del Siviglia, ma oggi tifo Roma».

Immaginava così Roma?
«Sì e no».

Deluso da qualcosa?
«Sapevo che era una piazza calda, ma non conoscevo la dimensione. Le ripercussioni che ci sono qui non le conoscevo. Qui si lavora all'aria aperta, alla luce del sole, può essere una cosa buona, ma anche negativa. Questo l'ho capito con il tempo. Ho dovuto cercare il Monchi che serviva alla Roma, quello di Siviglia forse non serve».

Cosa ha cambiato di più?
«Mi sono abituato a questo. Non è facile sapere che qualunque cosa fai scontenti qualcuno. Mi è servito del tempo per far capire che non ero matto. Io forse sono erede un po' di Bilardo, sono un maniaco dei dettagli. Su alcune cose mi hanno dato ragione eh. E vale anche per lo spogliatoio, per i magazzinieri, per i fisioterapisti. Ci sono cose in cui credo, gli striscioni di sabato non portano i gol, ma la somma di cose piccole porta a cose grandi».

Avete calcolato quanto vi costerebbe la finale in termini di bonus ai calciatori?
«Non tanto. Mi ricordo di aver preso un giocatore, Martino, che poi è stato allenatore del Tenerife. L'ho preso a parametro zero nel 2004, il suo procuratore ha voluto mettere i bonus sullo scudetto, sull'Europa League, io gli dicevo metti, metti, tanto… è diventato ricco! Non sono sicuro, ma a livello individuale non mi risultano premi sulla Coppa. Ovviamente i premi non sono minimamente un pensiero».

Mai pensato di aver sbagliato scelta?
«Mai. Magari dovevo capire meglio dove ero arrivato. Io sono metodico e mi sono fidato dell'istinto. Ho fatto il fenomeno, ho pensato che potevo ripetere Siviglia».

Il Real l'ha cercata?
«Florentino non mi ha mai chiamato».

E il Psg?
«Sì, ma è diverso. Come l'Inghilterra. Ma avevo bisogno di un posto in cui potevo fare il direttore sportivo tradizionale».

Avrebbe guadagnato tanti soldi in più.
«Per essere felice ho bisogno di altre cose. A Siviglia il presidente mi avrebbe dato quello che volevo».

Il Liverpool ha subito l'ultima sconfitta in Europa contro il suo Siviglia.
«Tre a uno. È stata una partita che possiamo prendere a esempio. Nel primo tempo, finito sotto di un gol, sono arrivato negli spogliatoi, come spesso faccio, ma quella volta non sapevo cosa dire perché ci avevano surclassato. Dopo 45" del secondo tempo ha fatto gol Gameiro ed è cambiato tutto».

C'è un piano partita per mercoledì?
«Quello del Barcellona è stato un buon piano. Dobbiamo arrivare nel secondo tempo con la possibilità di crederci».

L'ultima domanda dev'essere questa: conosce Di Bartolomei?
«Lo conosco, ma non conosco bene la sua storia. So che è il capitano dell'84. So che è un simbolo per generazioni di tifosi. Non voglio essere irrispettoso, anzi il contrario, ma forse in questa situazione abbiamo bisogno di altri ricordi, sono convinto che sarebbe d'accordo anche Di Bartolomei. È un momento in cui abbiamo tanto da guadagnare e poco da perdere. Nella testa dei calciatori deve arrivare chiara positività. Venerdì facevano dodici anni dal gol di Puerta in semifinale con lo Schalke, un gol che ha cambiato la storia del Siviglia. Prima quando lui è morto al sedicesimo minuto allo stadio era consuetudine fare silenzio. Noi abbiamo pensato che i calciatori potevano andare giù. Allora il silenzio è stato trasformato in applausi. In generale mi manca ancora tanto della storia della Roma, devo recuperare. Voglio farlo».

Domani la vivrà.

Domenica mattina. Trigoria è baciata dal sole. Fa caldo, ma è un sole da pinne, fucile e occhiali, la voglia sarebbe quella di imitare Pallotta e farsi un bel tuffo in acqua. All'esterno qualche tifoso in attesa e ci ha fatto piacere vederne qualcuno con il nostro giornale in mano. All'interno la Roma di Di Francesco si sta allenando, già proiettata verso mercoledì, la sfida di ritorno della semifinale Champions contro il Liverpool. Il Romanista deve incontrare Monchi, il direttore sportivo arrivato poco più di un anno fa. Ci presentiamo come si deve, il direttore Tonino Cagnucci, il vicedirettore Daniele Lo Monaco, Piero Torri, Valerio Curcio, il nostro fotografo Gino Mancini. I pochi, sintetici ma precisi contatti precedenti, ci hanno fatto capire che Monchi ha intenzione di parlare alla gente romanista. Del Liverpool che c'è stato e, soprattutto, del Liverpool che ci sarà, mercoledì prossimo, i novanta minuti tra i più importanti della nostra storia.

Ha letto il comunicato della Curva?
«Sì. Prima di tutto mi piacerebbe parlare di Sean Cox, dando continuità a quello che ha detto Pallotta. Il calcio e la vita sono due cose diverse in questo caso, io sono molto cattolico e prego per lui e la sua famiglia. Siamo esseri umani, spero che lui possa tornare a tifare per la sua squadra».

Avete avuto contatti diretti con la famiglia?
«Personalmente no, ma sono stati Mauro (Baldissoni ndr) e Umberto (Gandini ndr), con il presidente, a curare questo aspetto. Tornando alla domanda di prima, ho letto quel comunicato, so che non è nemmeno una cosa così solita: siamo di fronte a una partita unica. La storia di questa società dice che solo due volte c'è stata questa possibilità. Nell'84 e ora. È questo il momento di dimenticare qualunque cosa e tifare per la squadra. I ragazzi della Sud hanno detto che devono portare bandiere e voce. Io dico di più».

Che cosa?
«Mi piacerebbe che Roma fosse colorata di giallorosso. Già oggi. Che tutti i tifosi romanisti esponessero le bandiere sui balconi e facessero capire al mondo che Roma tifa Roma. In questo momento in cui si parla di violenza, facciamo capire che il tifoso della Roma non è violento. È il momento di essere uniti. Battere il Liverpool è più difficile che battere il Barcellona. Non esiste domani, finisce tutto mercoledì, non dobbiamo lasciare dentro niente. Ogni nonno, nipote, figlio, padre, madre: mercoledì giocano tutti. Io ho avuto la fortuna di vincere tanto a Siviglia, ma mai avevo sognato di arrivare in finale di Champions. Lo dicevo a mia moglie: ho sognato tante cose e tante ne ho realizzate, ma nella mia testa non c'è mai stata la finale di Champions. Tutti dobbiamo fare quello che dobbiamo fare. Alisson una parata, Dzeko un gol, Daniele un passaggio, gli altri che non giocano trasmettere il proprio tifo alla squadra. E dobbiamo essere convinti di poterlo fare, perché così è più facile farla».