Partiamo da una premessa. I delinquenti devono essere isolati e perseguiti, la violenza va sempre condannata. Senza se e senza ma. Chi va allo stadio non per tifare, ma per rendersi protagonista di incidenti e affini, non ha diritto di abitarci per un oggettivo senso di civiltà generale e, pure, perché il danno maggiore lo fa ai tifosi per bene, la stragrande maggioranza, quelli che si presentano allo stadio armati solo della passione per tifare. Non può essere accettabile che una minoranza infanghi una città, una tifoseria, una società. Qualsiasi intervento utile a isolare e perseguire la minoranza di delinquenti che popolano i nostri stadi, certo non solo l'Olimpico, non può che essere sostenuto dalle persone per bene se non altro perché vorrebbe dire difendere se stessi, i nostri figli, la civiltà, la giustizia, il diritto.

Detto questo, non possiamo negare che ieri, dopo aver visto il video e ascoltato l'intervento del presidente Pallotta al convegno londinese, la reazione è stata un misto tra lo stupore e l'indignazione, avendo anche la consapevolezza che le parole pronunciate avrebbero generato un mare di polemiche. E allora partiamo dalle parole. Perché le parole sono importanti. Le parole lasciano il segno, per sempre. In un senso o in un altro. Le parole, in particolare quando si è un personaggio pubblico, bisognerebbe pesarle bene prima di pronunciarle, soprattutto per evitare che siano equivocate trasformandosi in un boomerang deflagrante. In questo senso, Pallotta non sempre è stato felicissimo nelle sue uscite verbali. Era un po' di tempo che non faceva sentire la sua voce e forse sarebbe stato meglio che continuasse nel suo silenzio. Lo ha fatto, ieri, a Londra, al convegno di "Leaders in Sport" dove è stato il primo relatore parlando del New Coliseum. Si fosse limitato allo stadio, non ci sarebbe stato problema. Il fatto è che ha pensato bene (male) di andare oltre, affrontando il problema della sicurezza negli stadi. Lasciandosi andare a un'uscita che definire inopportuna è un elegante eufemismo. Oltretutto con l'aggravante dei precedenti e il momento che sta vivendo la sua Roma, certamente non il più felice. Le parole: «... circa un anno e mezzo fa, siamo andati dalla polizia, mi sono seduto ad un tavolo con un capitano e gli ho chiesto "perché non arrestate queste persone?". Lui mi ha risposto "permettimi di farti vedere perché", e mi ha aperto questo quaderno pieno di persone che avevano commesso qualcosa ma c'erano solo immagini sfocate. Quindi abbiamo chiesto se potessimo portare telecamere ad alta definizione all'interno, e le abbiamo comprate noi, anche se non siamo i proprietari dello stadio, per iniziare a vedere chi è che crea problemi».

Non c'è bisogno di Einstein per capire come le parole del presidente non abbiano fatto piacere (e pure questo è un elegante eufemismo) alla quasi totalità della tifoseria romanista. Compresi quelli che legittimamente sono del tutto estranei a comportamenti non proprio oxfordiani. E non hanno fatto piacere neppure a noi. Perché i tifosi romanisti sembrano tutti coinvolti da queste parole come accadde qualche anno fa a proposito di una frase rivolta a una minoranza (fuckin' idiots). Da allora la società per anni ha cercato di recuperare sottolineando, ogni volta che è stato possibile, come quell'espressione di Pallotta fosse rivolta solo alla minoranza di delinquenti. Il presidente, però, con le parole di ieri ha azzerato il lavoro di anni, fermo restando che pure ieri a Londra non dubitiamo che il numero uno giallorosso volesse puntare il dito solo sui delinquenti. Confermando, però, ancora una volta, di non aver capito a fondo o per niente cosa significa la Roma per i romanisti. Il risultato è stato che queste nuove parole hanno fatto male anche e soprattutto a chi ha sempre creduto in questa società. Così ha fatto dimenticare in un amen anche la battaglia che per un anno e mezzo la Roma ha fatto contro le barriere in Curva. Ma non era meglio il silenzio?