Adoro le persone anziane. Quelle per le quali, ancora, una parola data vale più di un contratto firmato, che si svegliano presto al mattino e si vestono di tutto punto anche per andare, semplicemente, a fare la spesa. In piedi, fuori il cancello, dieci minuti prima che il nipote esca da scuola per godersi il sorriso del piccolo nel vederli. Le persone anziane che sanno di acqua di colonia, talco, felicità. E che custodiscono, non gettano. Che hanno sempre una caramella al miele in tasca e la sera della vigilia di Natale distribuiscono amore dentro bigliettini, commoventi, scritti con mano tremolante ma cuore deciso.
I nonni sono l'avanguardia della famiglia. Di cui hanno cura, sempre. Perché non riuscirebbero a fare altrimenti, come per ogni cosa a cui tengono.
E arrivo alla Roma, la Roma che hanno visto faticare e lottare per poi crescere e diventare grande – anche se per loro grande lo è sempre stata – con Dino Viola.
Quello che lega una persona avanti con gli anni a questa squadra è il rispetto: nel raccontarla, nel viverla e, come per tutti gli altri valori della propria famiglia, nel tramandarla attraverso i ricordi, le storie e, perché no, molti ritagli di giornale archiviati gelosamente.
"Ai miei tempi", iniziano spesso così quei meravigliosi racconti che, anche io, ho ascoltato per anni da mio nonno. Che, già avanti con l'età, un attimo prima del fischio d'inizio della partita allungava l'antenna metallica della radio per ascoltare meglio la radiocronaca. Mio nonno che, chiuso in cucina per non essere disturbato, aspettava "Novantesimo minuto" per godersi, poi, il sospirato servizio con le azioni salienti della Roma: no la pornografia delle immagini di oggi ma l'adrenalina dell'attesa, la goduria dell'immaginazione, del sogno.
In cui anche un pareggio in trasferta veniva festeggiato.
E pure se quella felicità durava un attimo, era bellissima. Perché autentica. Senza preconcetti, stereotipi da rispettare, frasi fatte, tormentoni, partiti presi, manie di protagonismo e, pure, di…persecuzione.
La Roma era una cosa semplice: vinceva? Felicità. Perdeva, tristezza.
Senza accendere, in quel caso, la televisione. Nemmeno una parola, cena saltata.
Ci vediamo domani, no'!