So benissimo che non bisogna cercare il facile consenso, o peggio assecondare il pensiero "dominante" (per questo spesso debole) o peggio ancora cambiare un proprio modo corretto di fare e vedere solo per accordarsi alle note rumorose di un coro, ma qui stiamo parlando d'altro: di rappresentare alla platea un qualcosa che è vero e non in posa, un qualcosa che può fare bene a tutti e quindi alla squadra, un qualcosa che unisca e scuota. Qualcosa di romanista. È un altro discorso che va anche oltre quello che Monchi ha fatto ieri ai calciatori ("o dimostrate d'essere da Roma o se non lo siete arrivederci e grazie"). È un discorso che magari andava fatto anche prima, dopo Roma-Torino per esempio. Perché uscire dalla Coppa Italia agli ottavi è calcisticamente una colpa grave, che si meritava subito un discorso del genere. Forse pubblico. È un'esagerazione ma è proprio questo il punto: a volte ci vuole. Il do di petto del tenore è esagerato solo se lo senti in sé, ma se segui l'opera quando si fa è dovuto. Necessario. Urgente. Dirigente. Un "vaffanculo" (pardon) sicuramente imparentato a un "daje" perché con una ventina di partite da giocare e un ottavo di Champions d'affrontare da Roma (cioè a mozzichi) non puoi sbragare né condannare ancora nessuno in via definitiva.

Qui nemmeno si giudica. Si partecipa. Anzi, si mozzica. Tanto più quando si è in questa situazione di limbo dove la Roma non la puoi solo difendere (basta Roma-Torino) ma nemmeno affondare (teoricamente e anche praticamente ci sono 60 punti e almeno – almeno – un quarto di finale dell'Europa "mondiale" da prendere) c'è bisogno di un "mozzico", di un qualcosa di vitale e non solo di corretto, ben fatto e impiegatizio, un qualcosa di sanguigno e giallorosso e non solo del sacrosanto grigio di già monchiana memoria. Essere romanisti sempre questa è sempre la sfida.

La Roma è un'effrazione. La Roma resta entusiasmo, la Roma è un acuto, un'arrabbiatura, una poesia. Adrenalina. È il motivo per cui ci si innamora subito e perdutamente di giocatori come Ferraris, Losi, Rocca, Nela, De Rossi (so' esempi per favore non ve scannate). È il motivo per cui la Roma è la Roma. Mozzica lupetto, si cantava spesso. E faje go. Comunque mozzica. A mozzichi bisogna(va) reagire dopo l'eliminazione col Toro, e i 70' con la Juve, e il primo tempo col Sassuolo. E agli anni senza vittorie. Un mozzico a Nainggolan va dato non tanto per il video (inopportuno, va banalmente da sé) ma perché dopo la sconfitta al come si chiama Stadium di Torino non può dire «che perdere con la Juve ci può stare». No, non ci può stare. Anzi sì, e pure questo è ovvio, ma non lo puoi dire. È un po' come la differenza fra fare quello che ti pare e farlo vedere, tanto per fare un esempio a caso.

Mozzico come stile di vita come sveglia preventiva, come zannata in campo, come scossa fuori. Il mozzico a Nainggolan – e a chi per lui, cioè a tutti - non lo devi dare dopo – il video o lo spogliatoio di Torino – ma farglielo capire prima che sennò la Lupa mozzica e mozzica per davvero. Che la Lupa è una mamma, che la Lupa azzanna. E questo vale per tutti: calciatori, allenatore e dirigenti. Tutti. Lo impongono la storia e la passione: qui i tempi cupi devono essere finiti solo per i lupi. Gli altri andassero al pascolo.