Era da settembre, contro il Frosinone, che la Roma non teneva la porta imbattuta in casa. Sette mesi. È tanto. Era dal 28 aprile dell'anno scorso che Edin Dzeko non segnava in casa in campionato. Dovevamo giocare ancora il ritorno col Liverpool, potevamo ancora sognare tutto. Dodici mesi. È troppo. Un giro della terra attorno al Sole, senza nessuna rivoluzione. Era da mai invece che la Roma in questa stagione non prendeva gol per due partite di fila. Dati che raccontano il valore di Roma-Udinese 1-0, un tabellino piccolo piccolo eppure enorme. Poi ci sono le sensazioni che sono quelle di una squadra che finalmente sembra aiutarsi, sembra voler stare sul pezzo sempre, con tutti i limiti che si porta dietro dal primo tempo di Roma-Atalanta estate 2018, anzi proprio i limiti danno ancora di più il senso del tentativo che prima non sembrava nemmeno esserci. La sensazione è che la Roma sembra, a sei giornate dalla fine, qualcosa che somiglia a una squadra.

Un po' tardi, ma un po' squadra. Un abbraccio collettivo, di nervi, pioggia e urla che non si vedeva forse dalla prima di campionato a Torino quando sotto al settore al 90' eravamo tutti un tutt'uno. Dati, sensazioni e un paio di immagini. La prima è calcio: l'assist di El Shaarawy per Dzeko. Che non è solo bello, bellissimo pallone, ma una specie di paradosso o di felice contrappasso se pensiamo a quello che era successo nello spogliatoio del Mazza nell'intervallo fra i due. Uno scazzo, come ha poi detto Ranieri, ma era uno scazzo che fotografava bene tutti gli scazzi (quelli sì legittimi) dei tifosi che non ne potevano più di una Roma nervosetta, triste, imbronciata, permalosa e perdente. Che proprio El Shaarawy abbia fatto a Dzeko il passaggio per un gol che mancava da un anno è una Polaroid da appendere sul nostro frigorifero. Almeno questa settimana. Con un'altra invece ci affreschiamo la Cappella Sistina. Perché sicuramente è unica e, quantomeno, è strana.

Quando la Roma sotto la Sud segna ed esplode, sbloccando una partita difficile e fondamentale per cercare ancora di dare un senso a questa stagione sbagliata, c'è forse solo un romanista che non esulta fra i 35.000 che stanno allo stadio, ed è proprio l'uomo nato per esultare per la Roma: Daniele De Rossi. Lui che quando segna la Roma diventa matto, lui che quando segna un compagno diventa ancora più matto, lui che quando la Roma vince diventa mare, stava per terra disteso, dolorante, sofferente. E se pensi che poi l'infortunio lo può tenere troppo, troppo lontano dalla Roma, e che se lo procura proprio nell'azione che porta la Roma a segnare sotto la Sud, se sei della Roma non puoi non pensare: 1) che De Rossi dovrà giocare ancora per forza mille partite per la Roma; 2) che questo di ieri è stato qualcosa tipo un sacrificio, un fioretto involontario e indiretto in campo, per far segnare la Roma. Altro che cavaliere oscuro. Una specie di eclissi sofferta per far uscire il sole. Lui che solo una settimana fa a Marassi era stato il nostro Inno alla Gioia, oggi mentre strillavamo stava per terra. Un non senso, un controcanto, un canto contro il tempo, fuori posto e fuori moda, ma innamorato sempre: come un coro degli Anni 80 che dalla curva s'alzerà e continuerà ad alzarsi perché non si è mai spento. E canta forte anche oggi, e anche a te, che "noi t'amiamo e t'adoriamo, siamo del Commando Ultrà". Quello siamo, e quello saremo sempre.