La storia che stiamo per raccontare ci riporta a metà degli Anni 50 ma si erge a paradigma di una differenza profonda (soprattutto nel modo di intendere il senso di appartenenza ai colori sociali) che caratterizza i sostenitori romanisti rispetto a quelli della Lazio. Non c'è in questo viaggio nella memoria nessun intento sarcastico, né ironico, ma semplicemente la volontà di illustrare una realtà oseremmo dire "intrinseca" alle due tifoserie.

La vicenda che intendiamo ripercorrere risale esattamente al giugno 1957. In Brasile era stato indetto un torneo, la «Taca Morumbi», per raccogliere fondi per la costruzione dello Stadio Morumbi di San Paolo. Si stabilì che alla competizione avrebbero preso parte otto squadre: 4 brasiliane e 4 straniere, divise in due gironi che si sarebbero disputati a San Paolo e a Rio de Janeiro. Aderirono alla manifestazione Corinthians, Sao Paulo, Siviglia, Flamengo, Belenenses, Dinamo Zagabria, Mista Vasco da Gama-Santos (con un certo Pelé) e per l'appunto la Lazio.

Una sollevazione popolare

La squadra biancoceleste aveva aderito all'iniziativa in modo abbastanza precipitoso e la cosa aveva avuto delle ricadute piuttosto problematiche. Il fuoriclasse svedese Arne Selmosson che aveva la consorte in attesa del secondogenito, aveva fatto sapere ai propri dirigenti che non aveva nessuna intenzione di volare dall'altra parte dell'oceano e lasciare da sola la propria metà. Con varie motivazioni che sarebbe abbastanza inutile ripercorrere in questa sede, si erano via via resi indisponibili: Muccinelli, Moltrasio, Praest, Fuin, Eufemi, Sentimenti V, Vivolo e Burini (gli ultimi due per la paura, come vedremo niente affatto ingiustificata, di volare). Fatti i conti, si arrivava a stento a mettere undici uomini in campo. Il vice presidente Casoni e l'allenatore Enrico Radio, fecero presente alla propria società che si rischiava di volare in Brasile per non rendersi protagonisti, esattamente, di una prova memorabile. Fu in questo momento che la Lazio avanzò la richiesta alla Roma di ottenere il prestito di Ghiggia e Da Costa (al Genoa venne chiesto Dal Monte).

L'idea - veramente inconcepibile a parti invertite - era partita da Humberto Tozzi. Tozzi era un grande amico di Da Costa. I due avevano iniziato a giocare a calcio insieme praticamente da bambini nelle strade di Rio de Janeiro. Fu Tozzi a sollevare il tutto, partendo da una semplice costatazione: «Dino è un giocatore da saper realizzare reti a grappoli. Ha uno scatto meraviglioso e un tiro tanto repentino e preciso da non vedersi». I dirigenti laziali videro in questa mossa la possibilità concreta di salvare la propria spedizione. Da Costa era un campionissimo, per lo più ben conosciuto dal pubblico brasiliano, si trattava del salvagente ideale.

C'era però un piccolo particolare. Da Costa era il centravanti della Roma. Alla Lazio ci fu un acceso conciliabolo, poi si decise di far partire la richiesta. Si contava molto sul rapporto di amicizia tra Tozzi e Da Costa, sulla voglia da parte del campione romanista di tornare nella sua terra (al termine del tour, Da Costa sarebbe stato libero di rimanere in Brasile per le vacanze) e su quella che era la ben nota generosità che Sacerdoti aveva sempre dimostrato nel suo ruolo di presidente. Ciò nonostante l'ambasciata laziale lasciò il quartier generale romanista nella più grande sorpresa. Nello stesso giorno in cui la Lazio sarebbe decollata per il Brasile, la Roma avrebbe dovuto partire per un'analoga trasferta aerea verso la Grecia (dove i nostri avrebbero giocato con Panathinaikos ed AEK). C'erano dunque tutti gli estremi del caso per rispondere che la richiesta della Società del presidente Siliato era impossibile da soddisfare. Sacerdoti, però, era un uomo dell'800. Un signore che metteva la cavalleria sopra tutto. Sebbene non avesse grandi simpatie per la Lazio (sportivamente parlando, si tratta di un eufemismo, e non se ne abbia a male nessuno), disse di essere favorevole ad accogliere l'SOS avanzato.

Quando però le prime indiscrezioni iniziarono a trapelare sulla carta stampata, accadde il finimondo. Se i tifosi della Lazio erano ben contenti di vedere un campione come Da Costa con la loro casacca (e lo credo bene), quelli della Roma non ne volevano sapere di osservare Dino mentre indossava i colori del Club avversario. Vi fu un vero e proprio uragano che portò Renato Sacerdoti addirittura a minacciare le dimissioni. I tifosi chiesero e ottennero un incontro con il presidente e dal confronto emersero le posizioni delle parti. I sostenitori giallorossi spiegarono che capivano lo spirito cavalleresco del loro presidente ma che non poteva chiedere all'intero popolo romanista di accettare di vedere il beniamino della domenica d'indossare i colori della Lazio. Fu un colloquio franco, anche con toni forti in alcuni passaggi, ma alla fine Sacerdoti accettò. Lui era il presidente, ma la Roma era della sua gente e Da Costa non si sarebbe unito ai biancocelesti per quella tournée.

La tournée in Grecia

Il brasiliano effettivamente partì per la Grecia assieme ai compagni (salvo Panetti e Cardoni che, come scrisse il Corriere dello Sport, decisero di approdare in Grecia attraverso «la più lenta ma più sicura via del mare»), con una comitiva che vide aggregati anche Giorgio Carpi (che dividerà con Gunnar Nordhal la responsabilità della conduzione tecnica della squadra), Augusto D'Arcangeli, Angelino Cerretti e il Vice Presidente Alessandro Magnifico. Contro il Panathinaikos i nostri pareggeranno 1-1 con una splendida rete di Ghiggia (una conclusione violentissima da fuori area) per poi chiudere il tour con una netta vittoria per 3-1 con l'AEK (doppietta di Nordahl e rete del giovane Compagno). La prestazione romanista generò un grande entusiasmo, tanto che Ezio De Cesari, cronista al seguito, scrisse: «Vivace, colorito, di atteggiamenti bizzarri, entusiasta anche stasera il comportamento del pubblico, ma non erano questa volta espressioni di un tifo paradossale: erano le manifestazioni istintive, anche se esageratamente scomposte di un entusiasmo sincerissimo. Hanno visto giocare l'Inter, hanno visto giocare altre squadre, nessuna, dicono, ha giocato come la Roma […]. Spettacolo veder giocare Venturi, il capitano giallorosso ha realizzato una gara con pochi precedenti nella sua carriera, con il suo senso di posizione ha raccolto un'infinità di palloni».

Un viaggio premio

Rimaneva lo stato d'animo di Da Costa che perdeva così la possibilità di tornare in patria per riabbracciare la propria famiglia. I tifosi però non avevano nessuna intenzione di privare il proprio beniamino di quella gioia. Il 29 giugno 1957, al Teatro Adriano si tenne l'Assemblea Straordinaria dei Soci dell'AS Roma. Nel corso dei lavori Dino Da Costa, a sorpresa, venne chiamato sul palco. Come riconoscenza per l'impegno e il rendimento formidabile di quella stagione, proprio a nome della tifoseria, gli venne consegnata una medaglia d'oro. Fu in quel momento che Sacerdoti annunciò che il Club avrebbe offerto un viaggio gratuito per il Brasile al proprio tesserato. L'uragano di applausi rischiò di far venire giù il teatro dove otto anni più tardi si sarebbero esibiti i Beatles.

Tutto è bene quello che finisce bene dunque, ma a proposito di finali e la Lazio? Come è finita la storia della tournee brasiliana? La Lazio, infine, riuscirà, nonostante tutto, a partire alla volta del Sud America mettendo assieme 14 giocatori. Dopo un'ora di volo, però, sorvolando la Sardegna diretta allo scalo tecnico di Lisbona, la spedizione fu costretta a rientrare a Roma per l'avaria ad uno dei motori. Il segnale, abbastanza terrificante a dire il vero, non venne interpretato come auspicio sufficiente a far cadere definitivamente nel dimenticatoio il progetto. La squadra laziale decollerà nuovamente il 19 giugno 1957 e debutterà allo Stadio Pacaembù di San Paolo contro il Corinthians quattro giorni più tardi venendo travolta per 5-0. Il cronista del Messaggero nella sua mesta cronaca scriverà: «La Lazio ha fatto la figura della squadra materasso mandata in Brasile per compiacenza, forse con il proposito di farsi eliminare subito».