L'occasione è quella di un anniversario di quelli che ci sta profondamente a cuore, quello della Coppa Italia del 1964, la prima della nostra storia. Il 1 novembre 1964, infatti, Capitan Losi e gli altri alfieri romanisti si aggiudicarono il trofeo andando ad espugnare il campo del Torino, allenato dal "Paron" Rocco, con una magistrale vittoria firmata dal goal di Nicolè. Mi è stato chiesto, insomma, di scrivere un pezzo per mettere assieme le memorie di quel giorno. L'idea mi piace, non tanto o non solo per la nostalgia (del tempo che passa - eh sì - e scappa inesorabile), quanto per riannodare i fili di quanto è accaduto negli anni a venire. Il passato ti permette di scandagliare non solo ciò che resta degli eventi che racconti, ma soprattutto provare ad aprire delle finestre su quello che è stato il cammino di alcuni degli alfieri di quei giorni, in questo caso, per l'appunto, dei romanisti che nel novembre del 1964 alzarono la Coppa Italia al cielo. E quel trofeo, che dovrebbe essere il finale della nostra storia, mi permette viceversa di trovare il mio incipit.

Il mondo del calcio, con le sue mille testate (web, TV, cartaceo), parla spesso di memoria, ma troppo spesso, chi scrive o parla, memoria non ne ha e non ha nessun interesse a documentarsi e studiare il passato. Dico di più, in tanti non hanno neanche un requisito che dovrebbe essere fondamentale nel proprio bagaglio professionale, quello della curiosità. Volete un esempio? Ve ne faccio due. In questi ultimi trent'anni ho visto decine di volte pubblicate le foto di Giacomo Losi che alza la Coppa Italia nello stadio del Torino. Assieme a lui c'è Giancarlo De Sisti che solleva un altro trofeo. Nella maggioranza dei casi quella seconda coppa viene identificata come "Coppa disciplina", i più arditi si sono spinti addirittura a riconoscerci una non meglio identificata "Coppa di Lega". Sarebbe bastato recuperare un giornale dell'epoca per sciogliere il mistero: la Coppa che stringe Picchio è il trofeo Renato Dall'Ara, che era stato messo in palio per ricordare il presidente del Bologna scomparso il 3 giugno 1964.

Non c'è memoria dicevo e mi viene da pensarlo anche quando vedo un'altra fotografia. Questa mostra una formazione della Roma, in cui i giocatori tengono con le mani il tondino di stoffa che rappresenta il simbolo della vittoria nella seconda competizione nazionale. Molto spesso le didascalie scrivono: «I giallorossi, subito dopo il successo conseguito contro il Torino, posano mostrando il distintivo della Coppa Italia appena conquistata». Dicevamo la curiosità: non è curioso che sullo sfondo di una foto che secondo molti è stata scattata a Torino ci siano gli spalti dello Stadio Flaminio? E non è quantomeno singolare che nella foto non ci siano i trofei appena vinti e che per lo più manchi uno dei giocatori che hanno appena trionfato (cioè Schnellinger)? Il mistero è presto svelato. Quella foto venne in realtà scattata quattro giorni più tardi, il 5 novembre 1964, per l'appunto allo Stadio Flaminio, nell'intervallo della gara amichevole tra una formazione della De Martino (in cui giocava anche Manfredini) e la Primavera giallorossa.

Il presidente Francesco Marini Dettina prese la palla al balzo e dopo aver fatto schierare gli eroi del match di Torino a centrocampo (tutti tranne Schnellinger che era rientrato da Berlino, dove con la sua nazionale aveva giocato contro la Svezia, solo da poche ore), venne fatta scattare la famosa foto di cui abbiamo parlato. Ci sono dei particolari bellissimi legati a quella premiazione "a scoppio ritardato", su cui forse nessuno si è mai soffermato. Juan Carlos Lorenzo ad esempio, il tecnico di quella Roma, non proprio avvezzo in tutta la sua carriera a dividere la luce dei riflettori con qualcuno, fu protagonista di un gesto bellissimo. Quando l'altoparlante del Flaminio chiamò il suo nome per fargli raccogliere l'applauso del pubblico presente, lasciò l'allineamento della squadra, raggiunse il bordo del perimetro di gioco e trascinò letteralmente al centro del campo Naim Krieziu, che aveva guidato la squadra, come primo allenatore, nei Quarti di finale (contro l'Atalanta) e in semifinale (contro la Fiorentina). Naim ringraziò commosso, facendo grandi gesti con le mani. Forse ricordò quando in quello stesso stadio, il 6 settembre 1942 (ai margini dell'amichevole contro la Bagnolese), aveva partecipato al giro di campo, nel quale i neo campioni d'Italia avevano mostrato ai tifosi la Coppa dello scudetto. Naim Krieziu, tra l'altro, è stato il primo tesserato della storia della Roma (assieme ad Angelino Cerretti e Vincenzo Biancone), a vincere sia lo scudetto (come giocatore), che la Coppa Italia (come allenatore).

Ci fu molto romanticismo nella vittoria di quella Coppa Italia. Un'altra perla si deve a Vincenzo Biancone. Il Sor Vincenzo era uno dei dirigenti superstiti della fondazione del club. Fu sua (con tutta probabilità) l'idea di esporre per ben due giorni (il 4 e il 5 novembre), la Coppa Italia (e il Trofeo Dall'Ara) nella stessa gioielleria (all'angolo tra Via Frattina e Via del Gambero, dove Biancone aveva un esercizio commerciale) in cui nel 1928 era stata esposta la Coppa Coni. Era un modo per condividere con i tifosi quella gioia veramente grande. Far sentire ancora di più alla città la continuità della storia giallorossa e che quel trofeo le apparteneva interamente. La Coppa era della gente e della città, delle sue strade, delle sue vetrine. C'è un altro eroe della finale che non si può non citare, Bruno Nicolè. La gara con i granata non avrebbe neanche dovuto giocarla. Era reduce da un brutto strappo muscolare (subito ad Abbadia San Salvatore), Lorenzo prese la decisione di utilizzarlo dopo una lunga meditazione. Secondo alcuni "il dado venne tratto" la sera della vigilia del match, nella stanza dell'Hotel Palace dove l'allenatore dormì, secondo altri addirittura un quarto d'ora prima dell'inizio della gara, quando leggendo la lista ufficiale dei giocatori schierati da Rocco, il tecnico scoprì che Puja avrebbe giocato come stopper. Alla fine, comunque sia, Nicolé giocò e segnò il gol decisivo. Dopo il triplice fischio si sciolse in un pianto irrefrenabile. È un uomo dai valori saldissimi Bruno Nicolè, uno che arrivato alla Juventus non si trovava bene perché sentiva di aver smarrito la passione autentica del gioco: «Sono andato anche in Nazionale, che cosa volevo di più? Però da calciatore ero immerso in un mondo di sogno, irreale. Ma io come persona chi ero?». Bruno è uno che a ventisette anni salutò la compagnia per mettersi ad insegnare sport ai ragazzi, come professore di Educazione Fisica. Un rivoluzionario, per niente personaggio e molto persona, questo è il goleador di quella finale.

Si potrebbe scrivere un libro parlando dei componenti di quella squadra. A partire da Fabio Cudicini che quando a Melbourne (durante il tour in Australia) seppe che la Roma lo aveva ceduto, si ritirò nella sua stanza e pianse. Doveva ancora diventare Il Ragno Nero, ma piangeva per aver perso Roma e la Roma. Come si fa a non voler bene a uno così? C'è poi Picchio De Sisti, lui quando venne ceduto alla Fiorentina fece anche di più che mettersi a piangere, provò a dire di no: «Ma che, io lontano da Roma? Ma io c'ho la ragazza, la famiglia qui. Io gioco nella Roma, ma perché devo andare via?». Gli spiegarono che doveva proprio farlo, per salvare il club in un momento di enorme difficoltà economica e allora partì. Qualche anno dopo, tornato nella capitale da capitano della Fiorentina Campione d'Italia, un giornalista gli chiese cosa pensava della "Rometta". Lui rispose: «Questa squadra io non la chiamo affatto "Rometta", perché ha un nome per me sacro, perché a Roma e nella Roma io ci sono nato e questo nessun trasferimento calcistico potrà mai cancellarlo». Picchio, quanto ti hanno voluto bene i romanisti quel giorno e quanto continuano a volertene anche oggi che sei stato consacrato nella Hall of Fame del Club.

Ci sono poi gli eroi "minori", ma si fa per dire, come Lamberto Leonardi che anche oggi difficilmente perde una gara della Roma all'Olimpico, che in giallorosso ha fatto il raccattapalle quando era ancora un bambino e che nel 1972 al termine della sua esperienza nell'Atalanta, si presentò allo Stadio Flaminio e chiese a Herrera di provarlo: «Per la Roma gioco anche gratis – gli disse – vorrei chiudere la carriera dove sono nato». E ancora Carpanesi, che volle a tutti i costi tenersi il pallone della finale, Schnellinger che nonostante i mille trionfi al Milan nel suo sito ufficiale espone una foto dell'esultanza a termine della gara con i granata e ancora Tamborini, che a 75 anni suonati si diverte ancora ad insegnare calcio con la maglia della Roma nelle scuole affiliate al club. Non dimentico Ardizzon, Tomasin, Francesconi, Ginulfi che quel giorno era in panchina.

Un monumento lo merita Giacomo Losi, che per la Roma è stato il sole e la luna, il cuore e il cervello, lo scudo e la spada. Un calciatore e un capitano che rimane un punto di riferimento straordinario, una declinazione perfetta di quanto il pubblico romanista vuole vedere espresso in campo da chi indossa la maglia della squadra del cuore, uno che quando Allodi gli disse: «Vieni all'Inter sull'assegno la cifra scrivila tu», ebbe il coraggio di rispondere: «Se non mi cacciano Roma non la lascio». Non vogliano dimenticare nessuno, ma per tutti quelli che non abbiamo citato (per parlare adeguatamente dei romanisti di quegli anni avremmo dovuto chiedere un'edizione speciale del giornale), valga il nome di Roberto Terreni. Chi era costui? Non chiedetelo a certi soloni del giornalismo di oggi, comincerebbero a fissare il soffitto. Terreni nella stagione 1963-64, in seguito ad una indisponibilità di Cudicini, venne convocato per la gara di Coppa Italia contro il Napoli sedendo in panchina. Quella sola presenza (non ve ne erano state prima, non ve ne furono dopo) gli fece ricevere, nel 2014 la medaglia celebrativa coniata della Roma, in occasione del cinquantesimo anniversario del successo in Coppa Italia. Una sorpresa? Forse, ma la storia, lo sappiamo, non si dimentica.