Aveva dismesso già da tempo il suo celebre colbacco "da battaglia", Gustavo Giagnoni, quando martedì sera si è spento a Mantova a 85 anni. Quel copricapo era entrato così tanto nell'immaginario collettivo pallonaro da farlo diventare "il tecnico col colbacco". Lo indossava agli inizi degli Anni 70, quando guidava il Torino, ma lo aveva già abbandonato nella sua esperienza sulla panchina della Roma, tra il 1977 e il 1978. Onere importante, il suo, nella Capitale: arrivò al posto di Nils Liedholm, sotto la gestione di Gaetano Anzalone. Rimase per poco più di una stagione, quindi fu esonerato nel novembre del 1978 (in seguito a una sconfitta proprio contro il "suo" Torino) e sostituito dalla coppia Valcareggi-Bravi prima del ritorno del "Barone" e della definitiva consacrazione della Roma.

Col suo faccione a metà tra José Altafini e un Michele Placido della panchina, "Giagno" guidò Tancredi e Santarini, Di Bartolomei e De Sisti, Bruno Conti e Rocca. Era la Roma che si apprestava a diventare grande anche nei risultati (perché di fatto grande lo è sempre stata), la Roma che di lì a poco sarebbe passata nelle mani di Dino Viola e nei piedi di Paulo Roberto Falcão. Era la Roma che inaugurava le magliette "ghiacciolo" della Pouchain e il lupetto di Gratton, la Roma dei baffoni a manubrio di Paolo Conti e del primo Roberto Pruzzo. Era la Roma che andava in tournée in Canada e quella che vinceva il campionato Primavera. Lui, uomo d'altri tempi, che nella lunga carriera da tecnico batterà praticamente tutti i campi della provincia italiana, non riuscì ad andare oltre il dodicesimo posto. La seconda stagione durò soltanto sei giornate, perché Anzalone decise di cambiare.

Esordì sulla panchina della Roma proprio contro il Torino, e contro i granata chiuse la sua esperienza da tecnico giallorosso: alla prima di campionato, l'11 settembre 1977, vincemmo in rimonta contro il Toro di Gigi Radice grazie alla rete su rigore di Agostino e a quella di Ugolotti. Poi le cose non andarono come tutti avevano sperato, ma Gustavo aveva seminato. Come aveva fatto pochi anni prima all'ombra della Mole: uno Scudetto sfiorato nel 1971/72, perso per un punto in meno rispetto alla Juventus; ma aveva gettato le basi per il tricolore vinto da Radice quattro anni più tardi. Quella volta la Vecchia Signora dovette arrendersi ai cugini granata: Giagnoni se n'era già andato, ma non prima di aver lasciato una dote importante. Lo stesso fece a Roma: gettò le basi, costruì le fondamenta di una nuova Roma, quella che poi Liedholm e Viola portarono ai vertici in Italia e in Europa. In 25 anni ha allenato il Milan e il Bologna, l'Udinese e il Cagliari, il Pescara, la Roma e il Torino. Sempre con il suo carattere sanguigno, quel carattere che lo portò, il 9 dicembre 1973, a inseguire per tutto il campo e a sferrare un pugno a Franco Causio, reo di averlo preso in giro al termine di un derby Torino-Juventus vinto 1-0 dai bianconeri.

Nato a Olbia ma mantovano d'adozione, è venuto a mancare proprio nella città che più di tutte gli ha voluto bene. Ma sarebbe riduttivo pensare che Giagnoni appartenga a una sola città: Gustavo è stato adottato a più riprese, come tutti i globetrotter del calcio italiano, con la valigia sempre pronta per andare a caccia di nuove sfide. Dove passava lui, prima o poi, qualcosa cresceva: magari Gustavo nel frattempo era andato altrove, ma non lasciava mai la terra infeconda. A Roma ne sappiamo qualcosa, ne sanno qualcosa Bruno Conti e Pruzzo, Tancredi e Rocca, Di Bartolomei e Santarini. Tutti questi nomi basterebbero a consegnare al "tecnico col colbacco" un posto di rilievo nella storia giallorossa. La Roma, come tanti altri club, lo ha ricordato sui social: «L'As Roma piange la scomparsa di Gustavo Giagnoni, allenatore giallorosso tra il 1977 e il 1978. Ai familiari va l'abbraccio della Società e dei tifosi». I funerali si terranno sabato alle 10 al Duomo di Mantova.