Santos, come la squadra di Pelè. Nascimiento, come Pelè. Pluto, per noi. Per tutti, Aldair. Non poteva che diventare un calciatore. È il 30 ottobre del 1965 quando a Banco da Vitoria, sette chilometri da Ilheus, nello stato di Bahia, nasce Aldair do Santos Nascimiento. «È nato il 30 ottobre e lo chiamo Aldair» dice mamma Hilda all'impiegato del cartorio, cioè l'anagrafe brasiliana. Ma dall'altra parte del vetro l'addetto non capisce bene la data e quindi scrive 30 novembre. Quando si accorge dell'errore prova a rimediare. Cambia la data con quella giusta ma sbaglia il nome e scrive Altair. Questa volta è troppo, la signora Hilda proprio non ci sta, il risultato finale porta a ristabilire il nome giusto ma la data sbagliata. Rimediare agli errori è nel suo destino, forse per questo diventerà il difensore più forte del Brasile, dove tutti attaccano,dove tutti fanno magie, dove tutti sognano Pelè o Garrincha

Attacca anche lui, nelle strade di Bahia e in quelle di Rio de Janeiro, dove si trasferisce a 13 anni. È anche bravo a fare gol, gioca con quelli più grandi di lui, mentre ancora non si capacita di essere capitato lì. In realtà essere un professionista del calcio non era mai stato nei pensieri del piccolo Aldair, con la d. Giocava a Bahia per strada e gli bastava, magari il suo futuro sarebbe stato nel negozio del padre. A Rio de Janeiro è ospite dello zio. Qualche mese dopo, gli racconta che si è fatto male e che non lo fanno giocare abbastanza. Allora inizia a giocare da difensore. È bravo, il Flamengo se ne accorge, lo prende a 16 anni e non molto tempo dopo lo fa esordire in uno dei tanti derby di Rio, contro il Botafogo. Nel Maracanà. Lo stadio per eccellenza. Lo stadio per antonomasia per tutti, figurati per i brasiliani. Accanto a Zico, Edinho e Renato Portaluppi, proprio lui. Inizia così la carriera di colui che diventerà il più forte difensore del Brasile e della Roma. Senza se e senza ma.

Tutti i difensori brasiliani sono stati attaccanti, per carità. Ma nessuno è mai stato un difensore forte come Aldair, che tuttavia non ha mai dimenticato come si fa gol. D'altra parte, cambiare non è una cosa che gli riesce particolarmente bene. Il cambiamento è difficile anche quando va in Portogallo, al Benfica, nonostante se c'è un posto dove in teoria è facile adattarsi per un brasiliano, è proprio il Portogallo. Lì trova Sven Goran Eriksson, che ancora non aveva venduto l'anima al diavolo, sia dal punto di vista della filosofia calcistica sia, soprattutto, nelle scelte delle squadre da allenare... (pessime, pessime). Il tecnico svedese, con cui arriva in finale di Coppa dei Campioni perdendola col Milan di Sacchi solo 1-0 (ma giocando una partita meravigliosa), prima lo fa dimagrire, poi lo vende alla Roma.

Eccoci. Anche quel cambiamento non è facile però, nonostante anche Roma sia terra amica per i brasiliani. Certo, le ultime esperienze non sono state felicissime, con i già citati Renato e Andrade, al punto che lui, timido baiano, chiede a un certo punto - presto - al presidente Dino Viola se è proprio sicuro di puntare su di lui. Il presidente lo è, per fortuna. Senza se e senza ma. Glielo dice chiaramente, mentre non sa ancora che quel brasiliano timido e riccioluto sarà ricordato come il suo ultimo colpo di mercato. Tra i più grandi. Rischia di dimagrire ancora, in Italia, perché le partite iniziano troppo presto e lui non riesce a mangiare. Negli intervalli delle partite si fa dare la cioccolata da Giorgio Rossi, una specie di grande zio per tutti i calciatori della Roma. Non può immaginare che a Roma resterà per sempre. Anche se Dino Viola, che lo aiutò tantissimo nei primi mesi, morirà presto, anche se cambieranno presidenti, compagni di squadra e allenatori, anche se il mondo, e quello delcalcio in particolare, tritura e dimentica tutto. Ma quel fenomeno brasiliano in difesa (quasi un ossimoro) no.

Timido, sì. Quando parla è difficile sentirlo, prima che capirlo. In campo, invece, è tutto diverso. È sempre nel pieno controllo della situazione. Anticipa talmente bene gli attaccanti avversari che hai quasi l'impressione che gli sbattano addosso, o loro o il pallone. Con naturalezza, come se fosse la cosa più semplice e normale del mondo. Se imposta, vale come un regista aggiunto. Se va in area avversaria, è pericoloso come un centravanti. La classe si vede soprattutto quando difende, ma è così intelligente da saper tenere a bada perfino la propria bravura tecnica per spazzare via quando serve. Puoi riconoscere un suo disimpegno difensivo solo dal rumore del pubblico, senza guardare. Un attimo di silenzio per il pericolo che arriva, un soffio di vento per il sollievo, un applauso per la pulizia e bravura dell'intervento che fa ripartire l'azione che si alza improvviso e poi si spegne lentamente. Perché la pulizia della sua azione va sottolineata per bene.

Aldair è sempre stato così, per la Roma. È sempre stato nella Roma, anche se due o tre volte è stato vicino ad andarsene. In anni non sempre felici era una piacevole abitudine, al punto tale che ogni tanto è capitato a tutti di fermarsi un attimo a chiedersi cosa ci facesse un calciatore così forte in una squadra non sempre alla sua altezza. Probabilmente neanche lui si è mai posto questa domanda, perché quando ha rischiato di andarsene era per problemi con gli allenatori, non per una spinta a cercare di meglio altrove. È semplicemente rimasto ad aspettare che la Roma diventasse alla sua altezza e a 36 anni ha vinto uno scudetto che probabilmente nessuno meritava più di lui.

Gli è mancata la festa finale col Parma, a causa di un infortunio. Ma se l'è goduto tutto. Ma c'è stato. Alla fine, di fatto, è arrivato quello che lui e tutta la città aspettava da più di un decennio. È stato romanista anche se non soprattutto in questo: ha incarnato e interpretato i nostri sogni, erano gli stessi suoi. Di feste, poi, ne ha avute addirittura due. Nel 2002 la prima, quando tutti pensavano che quella col Chievo fosse la sua ultima partita con la Roma e i compagni lo hanno portato in trionfo sotto quella curva dove lui, sotto sotto, pensava fosse troppo presto per andare. Rimase un altro anno ancora e nel 2003 ci fu la sua grande festa. Roma contro Brasile. Roma mai contro il Brasile, una partita a rinnovare le affinità elettive tra una città e un continente di fatto. Con i campioni del Mondo del 1994, i compagni di una nazionale che lo chiamò all'ultimo momento nonostante non stesse benissimo e che ne fece un pilastro inamovibile. Con gente tipo Romario e Ronaldo, che disse di avere imparato da nessuno come da Aldair.

Lui, Ronaldo il fenomeno, che non aveva niente da imparare. In quel momento si decise di fatto di ritirare la maglia numero 6, era la prima volta che accadeva una cosa del genere nella Roma. Poi è stato lui a dare il suo assenso affinché la potesse indossasse Kevin Strootman dieci anni dopo. Niente di strano per lui, che nel 1998 rinunciò spontaneamente alla fascia di capitano per farla indossare a uno dei suoi preferiti: Francesco Totti. Perché lui, Aldair, l'uomo che aveva difficoltà a cambiare, dal 1990 non è più cambiato. È sempre stato della Roma. Lui, l'ultimo acquisto di Dino Viola, campione d'Italia con Franco Sensi, primo difensore a entrare nella Hall of Fame voluta da Pallotta è ancora e sempre nei nostri cuori.

È stato il più grande non solo per il talento difensivo, ma per l'umiltà con cui lo ha saputo sfruttare ogni partita, ogni stagione, ogni competizione. La Sud lo ha definito un giorno "Romano vero", e lui che ancora oggi ha difficoltà a parlare fluentemente l'italiano, ha risposto con un sorriso commosso. Da romanista vero, da chi sa che cos'è la Roma e proprio per questo non è importante saperla dire.