A volte sono stanco di scrivere di Agostino Di Bartolomei. Lo faccio ogni volta che è possibile, lo faccio per mantenere vivo il ricordo e perché gli voglio bene. È il giocatore della Roma a cui ho voluto più bene, anche prima che si ammazzasse. Voglio bene a lui e alla sua famiglia. Quel 30 maggio 1994 – era poco prima di pranzo quando l'ho saputo – è riuscito persino a rovinarmi retroattivamente lo Scudetto più bello, il periodo più bello della mia vita e della vita di molti di noi. Ma io gli posso solo volere bene, e questo è solo il ricordo di quella sensazione provata quando ho saputo che non c'era più. E posso pure dire che riletta l'intervista fatta con Enzo Tortora nel 1980 per «L'Intrepido», quando Agostino dice «lo Scudetto arriverà prima che io sia nonno», che avrei preferito diventasse nonno senza quello Scudetto piuttosto di quello che è successo.

Da una parte è una cosa banale, per qualcuno potrebbe sembrare addirittura offensivo solo il dubbio, ma è la cosa migliore e più sincera che posso scrivergli oggi. Di Di Bartolomei si deve scrivere il più e il meno possibile: che è stato il capitano della Roma più forte di sempre e che ci ha portato nel punto più alto della nostra storia con una magliettabianca Roma. Massimo Izzi quella maglia l'ha chiamata Bianca Luce, in una definizione perfetta, io adesso la voglio chiamare Bianca Roma. Sono stanco di scrivere di Agostino Di Bartolomei perché ogni volta è un pezzo di cuore, ogni volta fa un po' male. E perché tante delle cose scritte già su di lui non voglio che vadano perdute. Quelle migliori, quelle meno finte, quelle più pudiche e sentite. Quelle che gli somigliano un po'. Riscriverò quello.

Riscrivere di Agostino è l'unica cosa possibile, cercando di non commemorare, ma commuoversi, perché se è sempre vero che in ogni circostanza di ricordo, di ricerca c'è il facile rischio della retorica, per Agostino che è stato l'uomo senza retorica è ancora più vero. "L'uomo in più" per Sorrentino – il film che gli ha dedicato il regista – e per noi la vita che ci ha dedicato lui. Un uomo senza posa, ma con la faccia tirata in una smorfia in una punizione con la doppia b da Dibba con la gamba perpendicolare al terreno, tirando via insieme al pallone tutto quello che c'era dietro e che spesso nascondeva. Apposta partiva così forte.
Era la bomba di Ago. Il troppo che aveva dentro. Non il fiore, ma il vaso di fiori che tirò nel giro di campo di Roma-Torino il 15 maggio 1983 e di cui ancora raccolgiamo i cocci. La pezza che ci è arrivata tutta insieme in una mattinata di maggio, la stessa data di quella notte, ma altre lacrime e preghiere. La smorfia che aveva quando ha abbozzato un sorriso alzando la Coppa Italia contro il Verona il 26 giugno 1984 perché era l'ultima cosa che stava facendo con la sua Roma.

E nessuno di noi sapeva che non sarebbe più tornato. La Sud quella sera aveva scritto uno striscione:"Arrivederci campione". Ma non ci siamo più rivisti. È stato un errore persino quello. "Ci hai insegnato a lottare nella maniera giusta, in campo e nella vita, hai incarnato il sogno di tutti i ragazzi di Roma…" gli scrissero i ragazzi di Roma – che all'epoca erano tutti quelli del Commando – in una lettera fattagli avere prima di quell'ultima partita e prima di srotolare un altro striscione: "Ti hanno tolto la Roma, non la tua Curva". Persino quello è un errore: la Roma a Di Bartolomei non gliela toglierà mai nessuno, ma lo abbiamo capito solo dopo che si è tolto la vita.

È quasi un errore scrivere di Agostino Di Bartolomei perché la cosa giusta sarebbe solo viverlo. L'errore è stata l'indifferenza che c'è stata intorno a lui dopo che ha smesso di giocare a calcio, ma anche dopo che era stato mandato via dalla Roma (lui non se ne sarebbe mai andato, e quell'esultanza col Milan è solo un esclamativo contro l'indifferenza).
In quell'intervista fattagli da Tortora, Agostino racconta di avere due sogni: «Lo Scudetto che prima o poi arriverà», e «che periferia significhi ancora amicizia e aiuto reciproco, mentre l'indifferenza verso gli altri regna sovrana…». Difficile commentare. Forse più facile capire cosa ha provato quando si è trovato lui alla periferia degli interessi e dei ricordi, incapace di chiedere aiuto e di vendersi visto che aveva sempre aiutato tutti e non si era mai venduto a nessuno. Era così il nostro capitano. Era il capitano.
Se Dino Viola ci ha insegnato a scrivere Roma in maiuscolo, Di Bartolomei è stato il carattere di quel testo. E il significato. Se Dino Viola a Genova l'8 maggio 1983 ha detto che «la Roma dopo quarantuno anni è uscita dalla prigionia del sogno», Agostino Di Bartolomei è quello che ha scardinato la prigione.
Con una pallonata.
Con un cazzotto tirato al cielo a Pisa.

Con una punizione. Agostino Di Bartolomei è l'unità di misura della nostra storia. In lui non c'è solo la Roma più bella dell'Olimpico col sole, ma c'è pure quella di Testaccio, quella orgogliosa che torna in serie A, a Verona, quella che va in serie B una volta e per questo non si discute ma si ama. La Roma che diventa campione d'Italia allo Stadio Nazionale nel 1942 e che allo stadio Nazionale/Torino ultima in classifica a tre giornate dalla fine viene sostenuta sugli spalti da Anna Magnani nel 1951. Perché quand'è così, quando sta male, Roma ha bisogno di Roma. Ad Agostino a un certo punto è mancata Roma e nessuno gliel'ha data.
Poche facce raccontano l'autenticità di Roma come quelle di Anna Magnani e di Agostino Di Bartolomei. La sua verità e anche la sua sofferenza. La sua enorme bellezza e persino la sua più grande sfibrata generosissima passione. La troppa vita che c'è in quei volti. Agostino Di Bartolomei è stato la Roma che ogni volta quando è stata forte ha avuto il suo ottavo re di Roma (Amadei, Rocca, Pruzzo, Falcão…) e anche quella che in serie B ha avuto Tre Re come capitano. La Roma dei capitani.
La Roma dei signori e dei popolani. La Roma delle periferie e dei sovrani. La Roma dei romani. 

Agostino Di Bartolomei è in tutto questo. Lo ha nei tratti, ma senza mezzo stereotipo, senza mezzo "ahò". È il capitano dei nostri capitani. È il centro di una coreografia perfetta della Curva Sud. Non è solo un modo di dire: al centro di tutti quei Figli di Roma, capitani e bandiere che resteranno il nostro vanto e che nessun altro potrà mai avere, i ragazzi di Roma l'11 gennaio 2015 ci hanno messo Agostino Di Bartolomei. Al centro della Curva così com'era al centro del campo.
«In campo e fuori a incarnare i sogni di tutti i ragazzi di Roma».  Al centro del cuore. C'è sempre un Ago lì al fondo, dove appuntare uno striscione, un pianto, una bandiera, il nostro ricordo e il nostro destino: è lui che ci obbliga a tornare a quella notte. Sì, sì, non abbiamo scelta. Glielo dobbiamo. Lo dobbiamo a lui e lo dobbiamo a noi. È questa la grandezza del suo discorso silenzioso che ancora ci parla: ha confuso i pronomi. E la cosa più bella non è che tutto questo si ripete continuamente, ma è la speranza che tutto questo possa ripetersi.
Agostino non dev'essere un discorso già fatto, ma il discorso da fare. Da riscrivere.
Ago vive quando se ne parla e nell'esempio che ha dato. Ago vive ogni volta che si fa rivivere, ma non deve essere una moda o un fatto scontato. Ago vive non tanto quando ne celebriamo un compleanno che per forza ci fa male, o una coreografia da immortalare, ma nei ragazzini che al Torneo Agostino Di Bartolomei a giugno dell'anno scorso e dell'anno prima si son messi a cantare «Oh Agostino! Ago-Ago-Ago-Agostino go» insieme ai ragazzi della Sud che stavano al campo Di Bartolomei.

Agostino rivive nei fiori che i ragazzi hanno dato alla moglie Marisa. Ago rivive nei fiori, soprattutto in quelli senza vaso. Ago vive nella bandiera che Franco Tancredi ha sventolato sotto la Sud nel giorno della Hall of Fame, nella commozione di Francesco Totti e Daniele De Rossi nel giorno in cui a Trigoria è stato inaugurato il campo Agostino Di Bartolomei. Vive nel nome di quel campo e in tutti i campetti senza nome, soprattutto in quelli di periferia, dove regnano ancora «amicizia e aiuto reciproco» e si prende a pallonate l'indifferenza.
Agostino c'è stato prima e dopo, perché continua a esserci anche adesso che non c'è più. Agostino di Bartolomei è stato e ci ha portato al punto più alto quando quella notte di maggio del 1984 è diventato luce e con quella maglietta bianca ci ha portato in vantaggio contro il Liverpool. Allo Zenit, e poi ne abbiamo visto il tramonto. È stato come aver visto il sole scegliere di morire. Dieci anni dopo.
E questo è l'errore, il nostro, non il suo. Di tutti. E allora forse scrivere e dire che Agostino Di Bartolomei ha amato la Roma persino più della sua vita, che sicuramente per la Roma ci ha vissuto, che quella mattina di merda ha lasciato una foto della Sud contro il Liverpool con un volo di colombe, che un tifoso della Roma non lo deve dimenticare mai, che deve riuscire a capire come e quanto ci ha dato, sarà forse un errore, ma è l'unica cosa che possiamo e che soprattutto dobbiamo fare. Ancora e ancora Ago...

"…Io penso che ci sia stato un tempo fatto di grandi persone, di grandi sentimenti e di grandi sospiri che si meritavano partite del genere come Roma-Liverpool, come tutta quella Coppa dei Campioni del 1984, come quell'Olimpico in quegli anni da sogno. E quel sogno... Alla fine Kennedy – che gli inglesi chiamavano Barney – segna il rigore del 3-5. Ma questa versione di Barney non mi piace. Fine di che? Fine di cosa? Di un sogno? Non è forse l'inizio? Il 30 maggio è una ferita che non si rimarginerà mai perché fiotta storia, spurga orgoglio, è aperta e va dritta al cuore. Fa male come fa male l'amore e nel ricordo è tremenda come la bellezza. Pulita, candida, pura come quella maglietta. Nessuno si deve azzardare a sporcarla. Ogni tifoso della Roma non deve permettere a nessuno di prendersi questa partita e sbeffeggiarla. Quantomeno lo deve al nostro capitano. Questa partita è e sarà per sempre nostra, quella notte è ancora nostra, quel capitano lo sarà per sempre. Sapete l'amore che può nascere da un dolore? Sapete l'attaccamento che può nascere da una perdita? È la vita che lo insegna e il 30 maggio è un giorno della nostra vita. Non l'abbiamo persa quella partita contro l'avversario più grande fino all'ultimo rigore possibile, è finita 1-1, dopo 90 minuti e poi dopo 120. Senza Ancelotti, Cerezo, Pruzzo, Maldera abbiamo perso la Coppa ai rigori. Roma-Liverpool 3-5d.c.r., Roma-Liverpool 3-5 non è un risultato, ma una data: 3-5. Trentacinque. Trenta Cinque. 30 maggio. Conservatelo nel cuore, c'è un Uomo che lo ha fatto e si è tenuto un'immagine della Curva di quella notte con un volo di colombe fino alla fine. Quella partita è il nostro orgoglio. Una cosa immensa, eppure c'è qualcosa di più grande. Abbiamo fatto una cosa infinitamente più grande. Perché quella notte non è finita nemmeno dopo l'ultimo calcio di rigore, perché il cuore ha scelto un altro finale. Sapete l'amore che può nascere da un dolore? Sapete la grandezza, la commovente grandezza di quello che è successo dopo? Un coro: «Roma! Roma! Roma!». Cinquantacinque secondi dopo il rigore di Kennedy, noi abbiamo scelto un'altra versione. Cinquantacinque secondi dopo, una specie d'inconscio che ha aspettato il tempo fra un rigore e l'altro prima di fare quel coro. «Roma! Roma! Roma!». Cinquantacinque secondi dopo era come se la Curva Sud tirasse il suo rigore. Era il suo turno. A chi cantavamo in quel momento? Per chi cantavamo? Per noi stessi? Per Dio? Per quello che era successo? Per quello che non era successo? Per tutti i nostri ricordi? Per quelle notti? Per un giocatore?  Per il capitano? Io non lo so, ma cantavamo. Cantavamo «Roma! Roma! Roma!». Cantavamo per tutto quello che è e rappresenta per noi la Roma, cantavamo semplicemente per la Roma.

«Roma! Roma! Roma!». Roma mia. T'ho portata via per anni da quella notte prima di capire meglio che in quella notte tu sei rinata grande. Perché è proprio quella partita che ce l'ha insegnato: la Roma è più grande non solo della sconfitta, non solo della sconfitta più tremenda, ma della vittoria, perché non c'è vittoria che t'appare più grande di quella sognata, attesa, pregata, sfiorata, toccata per cinquantacinque secondi. Il 30 maggio ci ha insegnato che la Roma è più grande di qualsiasi vittoria. Che gli uomini contano più di un risultato. Soprattutto uno. Voglio vederlo sorridere. Io ho voluto bene ad Agostino per tutto quello che ho scritto e per tutto quello che non riesco a scrivere. […]. Per me era il fratello maggiore che non ho mai avuto e mi dava sicurezza. La tranquillità che cerchi nella vita quando subisci un calcio d'angolo io la ritrovo quando penso ad Ago. Se c'era lui in campo io avevo meno paura. Se c'era lui le cose si facevano sicuramente per bene. Io ho giocato una finale di Coppa dei Campioni avendo per capitano Ago. E lui ha segnato il gol che ci ha portato in vantaggio per la prima e ultima volta quella notte. Lui ci ha fatto campioni d'Europa per cinquantacinque secondi e campioni nella vita col suo modo di dare serietà e amore. Io dirò sempre grazie a lui e a quella Roma. A lui e a quella Curva. Io sarò sempre orgoglioso di Roma-Liverpool. È un vanto. È un racconto infinito. Pulito. Pulito. Profondo. Pulito. (...) Non giudicherò mai il suo gesto, mi fa male, ma ci sono persone che ne hanno sofferto infinitamente di più. Io gli vorrò sempre bene, tanto bene. È l'unica cosa che posso fare […] E quando saremo felici, io quel giorno vorrò allo stadio gli "olè" per Tancredi, Nappi, Righetti, Bonetti (sì, anche Bonetti), Falcão, Nela, Conti, Cerezo, Pruzzo, Di Bartolomei, Graziani... uno un po' più grande per Maldera ma non perché adesso sta in cielo, solo perché quella sera non c'era. Poi la portiamo ad Ago la coppa. E la dedichiamo a lui e a chi è rimasto senza parole. A noi adesso che stiamo aspettando quel giorno lungo cinquantacinque secondi. Noi che siamo in fila al botteghino dal 30 maggio 1984 aspettando di rigiocare la partita della nostra vita. Io penso che ci sia stato un tempo fatto di grandi persone, di grandi sentimenti e di grandi sospiri che si meritavano partite del genere. E sogni così grandi. E cuori così folli. E notti di dolore rischiarate dalla maglietta della Roma. Io penso a Geppo che era un poeta. Penso a tanti che non ci sono più, ma penso anche a chi c'è, a tanti ragazzi che hanno la luce dentro per questa squadra di calcio e che hanno rispetto per chi l'ha amata, semplicemente amata. Nella vita non puoi più che amare".

(Tratto da "55 secondi" e da "Figli di Roma, capitani e bandiere" di Tonino Cagnucci)