Il 12 marzo 1958, sessanta anni fa, il quotidiano Momento Sera pubblicava un trafiletto destinato a mettere a soqquadro il calcio capitolino: «Da alcuni giorni il Commendator Renato Sacerdoti presidente dell'AS Roma è stato colpito da un distacco di retina ad un occhio che gli impedisce praticamente di poter vedere la luce del giorno. In considerazione del fatto che la cura suggeritagli preveda un lungo periodo di convalescenza non è da escludersi che il Comm. Sacerdoti sia costretto a cedere ad altri la guida della Società». In realtà il leggendario dirigente giallorosso aveva già consegnato la lettera di dimissione che sarebbe stata presentata quella sera al Consiglio Direttivo del Club nella sede di Viale Tiziano.
Sessant'anni dunque, dalla conclusione di una delle presidenze più carismatiche e illuminanti della storia del Club, l'occasione per provare a ripercorrere la vita di un uomo e di un dirigente sportivo a cui ogni romanista continua a guardare come un punto di riferimento importante, un autentico faro. A partire da domani pubblicheremo la storia a puntate della vita di Sacerdoti, firmata da Massimo Izzi, mentre questo è il ricordo che ha scritto per noi la figlia del grande presidente giallorosso, Mariella Sacerdoti. 

   

Mio padre aveva una pallottola nel cuore, un ricordo della prima guerra mondiale che non era possibile estrarre. Ricordo che quando faceva le radiografie si vedeva questa piccola macchia scura che stava lì. Venne decorato con la medaglia al valore, ma fu un miracolo che la sua vita non venisse spezzata lì, sul Piave.

Nonostante siano passati tanti anni da quando ci ha lasciato, io lo sento ancora vicino. Conservo i ricordi della sua vita che, al di là del calcio, fu molto intensa.

A partire dagli anni del Collegio Militare che frequentò, a Roma, quando era un ragazzo. Era Capo Scelto, con tutti voti bellissimi. Ho tutte le sue cartoline di quel periodo, da lì viene la sua educazione di uomo tutto di un pezzo.

Ci fu, poi, molti anni dopo, anche il periodo del confino. A Ponza stava abbastanza bene, in una camera d'affitto, mentre a Ventotene si sistemò in una camerata, in un grande capannone con le lamiere, dove c'era anche Sandro Pertini, con cui faceva grandi partite a scopone. Gli isolani erano pochi, il paesaggio senza un albero e il tutto contribuì a renderlo ancora più spartano.

Quando sono arrivata io aveva già una certa età ed ero un po' la cocca di casa. Però per alcuni aspetti ebbi un assaggio di quel modo rigoroso di intendere la vita. Ad esempio non potetti avere la Vespa, perché era pericolosa. Avevamo un autista a casa, da più di trent'anni. Si chiamava Rino e a un certo punto, ebbe un infarto. Papà gli comprò una Seicento per evitare che si sforzasse. Presi la palla al balzo e avendo compiuto 18 anni gli dissi: «E a me non la puoi regalare una macchina?». Mi rispose: «No, tu sei giovane e devi andare con i mezzi. Rino è stato male e deve avere la macchina». Questo era mio padre.

Quando ero ragazzina a casa la Roma faceva il giorno e la notte. Angelino Cerretti mi chiamava "A Ni", veniva a casa nostra con tutti i suoi oli e la sua attrezzatura e mi fa tornare in mente anche Amos Cardarelli che è rimasto molto affezionato a mio padre. In un'occasione, dopo la caduta in serie B della Roma, venne, assieme a un'infinità di persone, anche Giulio Andreotti, per chiedere a papà di assumere la presidenza. Non voleva, ma alla fine non si tirò indietro.

Si comportava con i giocatori come se fosse un padre. Tutti gli anni a Natale organizzava una cena, con i regali con i bambini, come se fosse una grande famiglia. Ecco la sua Roma è stata veramente una famiglia, voleva bene ai giocatori e ai tifosi, per questo oggi sono sicura che sarebbe felice di essere ricordato con affetto da tutti loro.

Mariella Sacerdoti